Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca

Quattro domande ad Annarosa Zweifel Azzone

Fokus vom 18/09/2014 von Matteo Ferrari

Uscita l’anno scorso da Crocetti, l’antologia curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca è la prima in italiano interamente dedicata alla produzione poetica svizzera di lingua tedesca. Presenta con testo a fronte (sempre una bella cosa) e senza commento i testi di 42 poeti (30 uomini e 12 donne) che coprono anagraficamente un secolo: si parte da Hermann Hesse e si finisce con Raphael Urweider, quarantenne autore bernese. In seguito alla decisione di relegare le notizie biografico-critiche in coda al volume, l’antologia si presenta come una lunga e intatta “corona” di testi. Tale precedenza alla parola poetica è rivendicata dalla curatrice stessa, che dà conto delle proprie scelte nella ricca Introduzione: «I poeti che si prestano a un affondo critico non sono molti […] mentre vasta, disseminata, talora estemporanea, è la produzione poetica. Proporre molti testi e lasciarli parlare è sembrata la strategia migliore». Alla curatrice, che ha non solo scelto ma anche in buona parte tradotto i testi proposti, abbiamo girato quattro domande sul lavoro svolto.

Il volume si apre fisicamente con quattro citazioni in dialogo tra loro. A due scrittori stranieri che hanno parole d’elogio per la Svizzera (Thomas Mann e Elias Canetti) rispondono due colleghi svizzeri che ne parlano invece come di un luogo claustrofobico e torbido (Kurt Marti e Friedrich Dürrenmatt). L’eterna contrapposizione, insomma. Quanto a lei, qual è il suo rapporto e la sua frequentazione con la Svizzera?

La contrapposizione Thomas Mann e Elias Canetti versus Friedrich Dürrenmatt e Kurt Marti è ironica e andrebbe contestualizzata. Sia Thomas Mann che Elias Canetti in Svizzera avevano trovato rifugio, patria. L’alternativa – si pensi a Thomas Mann – era la Germania nazista. Diverso il caso di Dürrenmatt e di Kurt Marti ascrivibili più a quel vasto fenomeno che viene chiamato «patriottismo critico».

Ma Lei mi chiede di me e del mio lavoro.

La mia frequentazione della Svizzera è primariamente letteraria, ne conosco soprattutto le biblioteche, mi vedo con colleghi, partecipo a convegni. Il rapporto personale che ho con la Svizzera è invece piuttosto complesso. C’è una componente affettiva: da lì viene la mia famiglia e, soprattutto nella mia infanzia, la nostalgia era grande e si coltivavano in modo quasi rituale i ricordi. Ma non credo che questo possa interessare i lettori. C’è un aspetto più importante che è legato alla mia esperienza accademica. Ho insegnato per molti anni letteratura tedesca all’Università di Padova e ho sempre trovato discutibile e problematico che la produzione letteraria nata nella Svizzera tedesca venisse annessa tout court alla grande Madre Germania. Che non ci ponesse nemmeno il problema di una specificità, dell’eventuale esistenza di narrazioni separate. Un terzo aspetto è poi questo: mi ha sempre colpito il fatto che, dall’ottica italiana, la Svizzera venisse considerata solo nei suoi aspetti peggiori (l’“ospitalità” data ai capitali in fuga) e considerata per il resto quasi un non luogo, un vuoto esistenziale e letterario. Questa mancanza di interesse e di empatia mi pareva dovesse essere colmata e la voce dei poeti il medium migliore per farlo.

Per sua stessa ammissione, lei accorda il suo favore a testi e autori attenti a «esistenze marginali», a «eventi minimi e piccole cose», all’«indignazione morale». Come giudica quantitativamente la presenza di questi temi nella produzione poetica svizzera? Quali, se ci sono, le loro ripercussioni?

Sì, amo molto la poesia della concisione e della levità dei così detti “laconici”. L’attenzione per gli eventi minimi, i gesti quotidiani, le esistenze marginali. È incredibile quanta densità di senso possano trasmettere queste poesie così brevi e dimesse, quante connessioni emotive riescano a instaurare. Queste poesie, vorrei aggiungere, si configurano spesso come un fragile (e provvisorio) idillio, inserendosi dunque in una tradizione antica e ben radicata nella letteratura elvetica. Anche se in realtà è spesso un anti-idillio quello che il lettore trova nella poesia svizzera del Novecento. O, se mi è concesso il termine, un idillio nevrotico che nasce dal disagio invasivo e strisciante che incrina i confini rassicuranti dell’hortus clausus. Nella banalità del presente espressa nella “poesia delle piccole cose” qualcosa di molto simile all’idillio mi pare emerga ancora.

Non so invece se ci sia ancora indignazione morale, temo sia stata legata soprattutto a quel fenomeno complesso che viene definito «patriottismo critico» e alle proteste nate per la guerra in Vietnam. Guerre terribili, oggi, ci sono ancora, ma io sento un gran silenzio. Non posso però dimenticare la presa che il dissenso morale (espresso nella poesia svizzera di lingua tedesca soprattutto da Kurt Marti) aveva sugli studenti con cui commentavo i testi. Penso che l’indignazione morale ci debba essere e possa diventare contagiosa.

Sempre sul tema dell’«indignazione morale». Negli anni Settanta la Svizzera respinse in un clima infuocato alcune iniziative volte a limitare la presenza di stranieri e in entrambe le occasioni si videro ‘intellettuali’ salire sulle barricate e scrivere pagine memorabili in favore di una Svizzera aperta. Nel 2014 un’iniziativa simile è stata invece approvata dal popolo e non è parso di registrare un simile movimento di resistenza da parte della scena culturale svizzera. Cos’è successo secondo lei? Esiste ancora un filo diretto tra poesia e impegno civile e politico come poteva esistere negli anni Settanta?

Mi è difficile, dall’esterno, rispondere a questa domanda. Le iniziative volte a limitare la presenza degli stranieri sono frequenti e particolarmente brutali anche in Italia, dove il contesto è molto più drammatico perché noi, di questi stranieri, sentiamo la disperazione, contiamo i morti, vediamo i cadaveri che galleggiano in mare. C’è stata l’illusione – e ho cercato di documentarla nella mia introduzione – che la Svizzera, abituata a un «quotidiano esercizio di convivenza» (la citazione è di Montale) potesse essere diversa e trasformarsi, a vantaggio dell’Europa, in un laboratorio (certo non sempre a-conflittuale) sui temi del confronto identitario e della formazione di personalità collettive multietniche. Non so però se questa speranza sia fondata e se sia ancora possibile guardare al futuro con ottimismo. Non mi pare che la poesia più recente – quella che vedo documentata anche in antologie e raccolte diverse dalla mia – registri a questo proposito condanne, lacerazioni, speranze.

Cito dall’Introduzione. «Nella più antica democrazia d’Europa […], le donne sono state escluse dal voto fino al 1971. Voto in tedesco si dice Stimme, e Stimme è la voce: negli anni che precedono questa data la donne in Svizzera sono senza voce». A giudicare dalla presenza di poetesse nella seconda parte della sua antologia si direbbe che lo scarto è stato recuperato velocemente. È così?

Per quanto mi è possibile verificare nei testi letterari direi di sì. Per collegarmi con la domanda precedente mi dispiace non aver potuto dare maggior spazio a poesie militanti – pacifiste e di solidarietà sororale – espresse da poetesse come Laure Wyss e Gertrud Wilker. L’antologia è stata fatta con mezzi modesti e questo ha portato a una necessaria limitazione delle pagine. Ed è un vero peccato perché le voci delle donne sono tra le più sintomatiche e interessanti. Sono spesso espressione di marginalità (o, meglio, di emarginazione). Si pensi a Mariella Mehr (zingara di ceppo Jenisch) outsider di una «estetica della disperazione», al surrealismo tragico di Aglaja Veteranyi, in fuga dalla dittatura rumena e suicida, giovanissima, nel lago di Zurigo. O alla voce meticcia di Dragica Rajčić, Gastarbeiterin croata. L’essere stranieri, qui, si fa poesia.

Ma c’è anche l’emarginazione esistenziale di Erika Burkart, respinta ai bordi della vita dalla malattia e dalla vecchiaia. Le sue ultime poesie (quelle della così detta Trilogia del dolore) non sono ancora molto note. Ho avuto la fortuna di poter contare, per la resa in italiano, sull’aiuto di Remo Fasani che ad alcune di queste ha dedicato la sua ultima fatica di traduttore. Ma anche altre poesie sono state tradotte da poeti e poetesse (particolare gratitudine devo a Donata Berra). La maggior parte delle poesie è però stata volta in italiano da me, semplice studiosa. È stato un lavoro lungo e faticoso, ma affascinante. Tradurre significa attivare una maggiore capacità di ascolto ed è soprattutto con la traduzione che si arriva a una profonda comprensione emotiva del testo. Spero che aver proposto (quasi sempre per la prima volta in italiano) le poesie più significative nate nel Novecento nella Svizzera di lingua tedesca sia stato un lavoro utile. Ma è soprattutto la comprensione emotiva che spero di essere riuscita a trasmettere al lettore.