Sez Ner [in italiano]

Arno Camenisch

Un'alpe sul Piz Sezner, "il porcaio" tra le montagne svizzere: una vetta secondaria, lontana dal cielo, con cui Arno Camenisch intitola il libro riscrivendone il nome in Sez Ner, in romancio "sede del diavolo", "diavolo in me". Un titolo, un programma: la baita e i suoi pascoli diventano il palcoscenico di una commedia umana intessuta di piccole cattiverie e assurdità, di una bizzarra indagine sull'esistenza condotta da uno dei migliori scrittori svizzeri dell'ultima generazione, e uno dei pochi che ha avuto il coraggio di tornare a confrontarsi con il mito e l'antimito della vita alpestre. I quattro protagonisti (il casaro e il suo aiutante, un bovaio e un porcaio) sono segnati dalla fatica e dalla solitudine, certo, ma riservano sorprendenti guizzi di vitalità e ribellione, sguardi illuminanti e una buona dose di sano cinismo. Attorno a loro, gli animali, i contadini che salgono dal paese e i turisti di passaggio: scorci un po' inquietanti del mondo là fuori, oltre i ristretti confini dell'alpe. Scritto originariamente in due lingue, tedesco e romancio, che in parte corrono parallele e in parte si intersecano reinventandosi a vicenda, Sez Ner trova ora una terza via, quella italiana, grazie alla versione realizzata da Roberta Gado Wiener in stretta collaborazione con l'autore, come raccontato nel dialogo in appendice al volume.

(Quarta di copertina)

I pascoli del disincanto ai piedi del Sez Ner

von Roberta Deambrosi

Publiziert am 12/04/2011

“Il fil di ferro è aggrovigliato. Il porcaio cerca di districarlo. Gli sembra che la questione s'ingarbugli ancor più man mano che tira e svolge. A un bel momento butta per terra il gomitolo del filo. Quando s'è calmato lo raccoglie e va avanti. Finché non ha sgarbugliato il filo, non può chiudere la staccionata di confine”.

A volte, invece, i personaggi di Arno Camenisch la pazienza la gettano fra i rododendri quando essa non permette più di alleviare la fatica di vivere e lavorare in un alpeggio d'alta quota. Sprovvisti di romanticismo, d'empatia, per sentire meno la ristrettezza del gruppo e la solitudine del posto, sgranano l'una dopo l'altra le attività quotidiane, la cura delle bestie, i lavori di manutenzione ; seguono le bizze del tempo, si distraggono con poco, e concedono quella minima attenzione – non priva di ironia o di stizza – ai visitatori occasionali. Arrivano i turisti, sbarcano con grandi pretese i contadini proprietari del bestiame con cui si accendono liti furibonde ; a volte si scorgono da lontano i militari, gli operai che scavano un campo da golf, o gli artisti che dipingono le pareti della diga, ma sempre attraverso il cannocchiale in mano a un narratore distaccato e tagliente : “Alla porta c'è un poliziotto del paese che chiede del casaro. L'aiutocasaro dice che non c'è. Pare che il casaro abbia rotto l'indice a un turista con la pannaiola, un insigne politico della bassa perdipiù. Deve fare il verbale”. Salgono anche il prete, il veterinario, passano la pastora e il dentista, tutti s'arrampicano fin lì, ma poi se ne vanno, lasciando un bovaio, un porcaio, un casaro e il suo aiutante in balia di panorami mozzafiato, piogge torrenziali, incidenti domestici grotteschi : “Al mattino il casaro è stravaccato sulla panca di legno davanti alla baita con la bottiglia di grappa mezza vuota in mano e dorme, mentre la capra nella stanza del casaro al primo piano con vista sul Tumpiv è in piedi sul letto alla francese e piscia”. L'alpe Sezner, e i suoi dintorni di boschi e pascoli, viene raccontata il tempo di un'estate per brevissime sequenze, per paragrafi tutti separati fra loro da un salto di riga, quasi che la vicenda fosse da leggere mantenendo un ritmo preciso. Un ritmo presente anche nella narrazione dove la fanno da padrone frasi brevi – soggetto-predicato-complemento – se non nominali. Un punto, e via dia nuovo : complemento-soggetto-predicato. Con descrizioni brevi ed esatte : “I porci sono stesi nel letame dietro la stalla. Stesi immobili. Come sacchi di patate. Ogni tanto un porco che grugnisce. Poi di nuovo tutto fermo”. Le sequenze si allineano su un tono solo apparentemente monocorde, e raccontano dell'isolamento e della routine attraverso una lingua nella quale si combinano registri, punti di vista, e nella quale né il romancio né il tedesco sono stati completamente spazzati via dalla traduzione : “Il Clemens è sul gradone di cemento sopra i trogoli (...). A Flims, lo faceva, il maestro di sci, aveva avuto turisti di tutto il mondo, ma i migliori erano i mericani. Ne aveva avuti tanti di mericani. Ai mericani piaceva il Clemens. Il Clemens dice che sa sei lingue. Cala il binocolo e guarda il porcaio. Romancio, tedesco, italiano, francese, inglese e sproloquio. Ma mericano, l'inglese. Il porcaio spinge da parte i porci che gli strattonano i calzoni e torna alla baita col Clemens e i due secchi di plastica vuoti. Lu tgau ti, dice il Clemens, deve andare, ha ancora da fare, un monte di roba di merda.”

Camenisch riesce a dipingere fin nei dettagli un mondo che sembra fatto per annoiare, eppure ogni dettaglio, ogni azione, in Sez Ner, assume contorni vividi e solidi. Convince e piace dunque, perché vi si scoprono non vecchie diapositive sulle quali si applica un colore che ravviva, ma piuttosto un consapevole, schietto universo.

Non si tralasci poi il dialogo fra autore e traduttrice, nella postfazione al romanzo, che svela un arricchente scambio di idee ed esperienze sulle rispettive officine e offre altri spunti per apprezzare ancor più il lavoro di Roberta Gado Wiener – svolto nel quadro dell'iniziativa di Pro Helvetia di promozione della traduzione letteraria “Moving Words” – che dimostra come, sì, “traduzione” possa rimare con “creazione”, senza che questa prenda il sopravvento sul rigore e sulla fedeltà dovuti nei confronti dell'opera originale.