Breve pazienza di ritrovarti

Giovanni Fontana

L’enigma della malattia, la sua genesi sorda, le sue avvisaglie, il suo erompere lacerante, le alterazioni che produce nella famiglia, il propagarsi delle sue onde sismiche oltre le generazioni: è ciò che sondano i racconti di Giovanni Fontana scritti con stile teso, lirico, a tratti incandescente come la materia trattata. Eccoci dentro il rituale di un pranzo familiare, un incontro d’amore più o meno casuale, la tensione palpabile tra fratelli, la relazione ansiosa tra una madre e un figlio, i silenzi sospesi in un interno domestico o in una camera d’ospedale. Sono storie di infelicità, paure e insonnie, con slanci imprevisti di tenerezza e amore.

(dal risvolto di copertina)

Rezension

von Andrea Grassi

Publiziert am 14/12/2015

Gli otto racconti che compongono il libro d’esordio di Giovanni Fontana, docente liceale e studioso di prosa e poesia novecentesca, allestiscono un raffinato affresco di interni familiari. La famiglia si rivela contemporaneamente nucleo originario di alienazione e luogo dove si costituiscono fragili equilibri. Sono storie di personaggi dai complessi profili psicologici, imprigionati in situazioni irrisolte, caratterizzate dall’incomunicabilità e dalla sofferenza, in cui subentrano degli sprazzi di luce, delle epifanie che possono, anche solo per un attimo, riscattare vite grigie e insipide.

Questa dimensione viene evocata anche dal titolo, che ricalca i versi finali di una poesia inedita del padre dell’autore, lo studioso e professore universitario Pio Fontana, scomparso nel 2001. Il componimento ricompare nel terzo racconto, dove assurge a elemento decisivo della trama. Il sottotitolo invece richiama un poemetto di Mario Luzi, poeta amato e studiato dallo scrittore, e suggerisce un altro grande tema sviluppato nella raccolta: la malattia mentale.

La figura del padre domina silenziosamente tutto il libro. Infatti, tranne che in Sotto il lenzuolo, dove un padre è il protagonista della vicenda, il genitore rimane sempre sullo sfondo, colto dal punto di vista dei figli, muto reagente, sorta di totem o talismano che favorisce lo scandaglio delle relazioni tra i personaggi. Si prenda Ma quando te ne andasti, al contempo punto d’avvio (il primo ad essere stato composto, concepito inizialmente come romanzo) e d’arrivo (sigilla il volume), quasi a rimarcare quella circolarità che impera in tutto il libro. In esso sono narrate le reazioni di quattro personaggi che si stringono attorno al capezzale di un patriarca morente. Il traumatico evento si rivela, come suggerisce la poesia di Rilke posta in esergo, una smagliatura nel reale, un’illuminazione («Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà / irruppe in questa scena per quel varco / che tu ti apristi», p. 99).

Nel racconto si registrano alcune costanti che organizzano lo stile della raccolta. Innanzitutto il procedere a blocchi spezzati, qui delimitati da una serie di monologhi e dalla suddivisione nelle quattro voci dei personaggi. In secondo luogo la tendenza ad arricchire il tessuto prosastico con immagini e tessere lessicali di matrice poetica, che viene bilanciata dalle realistiche descrizioni degli ambienti, cristallizzati attraverso poche precise pennellate, sovente per mezzo di serrate enumerazioni. Nonché l’immedesimazione in una figura avulsa dal circoscritto contesto familiare (si tratta di personaggi tutt’altro che marginali: spesso catalizzano e filtrano le ossessioni dei protagonisti). Elementi che possiamo ritrovare nell’intenso monologo di Agnese, infermiera che riveste l’emblematico ruolo di angelo della morte:

Solo qui, nel quadernetto che ho fra le mani, resta qualcosa: un nome, una data, una sigla che designa il tipo d’intervento (cuscino, gola, flebo, ossigeno), la morte che ho deciso per loro. Ma queste pagine quadrettate non dicono niente del calore che si diffonde nel mio corpo quando entro nelle camere del reparto che riserviamo ai morenti, quando allontano i parenti con parole di cui mi meraviglio ogni volta: tutto in quel momento è ordine e armonia, le mie dita arrossate dal sapone e dallo spazzolino sono bellissime, le mani che staccano i tubi dell’ossigeno sono mosse da una forza tranquilla, le gambe su cui mi bilancio in attesa che il loro respiro si faccia affannoso sono slanciate come quelle delle mie compagne del primo banco, in terza media, e i miei genitori da un angolo buio della camera, dal fondo della memoria, mi sorridono e sono contenti di me.(p. 105)

La malattia mentale, il secondo grande filone tematico della racconta, irrompe nei primi due racconti del libro, Organza e Coricarsi presto. Il primo si apre su Anna, rappresentata mentre prepara la fuga dall’ennesima relazione sbagliata. Una vecchia fotografia scatena in lei un inquietante ricordo d’infanzia; riaffiora un velo nuziale d’organza, una grottesca cerimonia in un box, la rivelazione dell’«io infetto» di Bruno. A prima vista potrebbe sembrare un classico racconto di genere, in cui la narrazione converge verso un episodio traumatico, se non fosse che la linearità tipica del racconto breve viene completamente stravolta. Il lettore si ritrova a inseguire il filo dell’intreccio attraverso un’equilibratissima alternanza di voci e di slittamenti temporali, orientato dal sapiente uso degli espedienti grafici (tondo, corsivo, parentesi), che aiutano nella discriminazione dei molteplici piani narrativi. Lo scrittore esige un lettore attento e attivo, disposto a rilevare indizi e sfumature, e a cogliere nel suo complesso l’articolata macchina narrativa, sempre funzionale alla rappresentazione della psiche dei personaggi.

Nel secondo racconto, Coricarsi presto, Fontana mantiene la sua peculiare cifra stilistica, mutandone però l’alchimia, accentuando le risorse liriche e la potenza immaginativa della sua scrittura. Una normale cena di famiglia svela retroscena oscuri, rapporti intrisi di sensi di colpa, che allontanano la protagonista Virginia dal fratello malato Guido. È fondamentale lo sviluppo metaforico delle immagini che concorrono alla radiografia del dramma interiore dei protagonisti:

La notte. Se sapesse che cos’è la notte per un bambino. Un inchiostro che rimane sotto le unghie, una sottile lamina scura che nessuno spazzolino, nessun sapone profumato, nei tanti bagni che hai attraversato nel corso della tua esistenza, ha mai potuto rimuovere. Un odore che ti resta dentro, che impregna ogni atomo della giornata. Una paura che pervade ogni tuo gesto. (p. 25)

L’analogia notte-inchiostro si sviluppa nel «fiotto bituminoso di parole che filtra dagli interstizi della porta e si allarga rapidamente sui riquadri del vecchio parquet come una macchia di umido si rivela del tutto inefficace» (p. 26 – corsivo dell’autore); immagine che anticipa la straziante richiesta d’aiuto di Guido sull’orlo della psicosi. Questo stato emotivo riemerge potentemente quando, a fine serata, la donna si ritrova ad accompagnare il fratello a casa:

Appena Virginia gira le chiavi nel cruscotto, il reticolo geometrico di strade e palazzi comincia a muoversi intorno all’abitacolo. Paralizzata al volante, Virginia ha l’impressione di essere inghiottita a ogni isolato da enormi animali in attesa che, dopo pochi metri, la espellono dalla loro coda, scaraventandola nelle fauci dentate di un nuovo mostro. (p. 30)

A sciogliere questa angosciosa situazione di stallo interviene un espediente che da solo dà la misura dell’ingegno compositivo dell’autore: l’immissione nel tessuto prosastico di un celebre sonetto di Giovanni Della Casa, il quale, attraverso una calibrata – quanto folgorante – forzatura del codice, crea un ponte tra due personaggi che fino a quel momento si erano solo sfiorati. Solo allora il racconto può terminare, ripiegando su toni più concilianti, e l’automobile può muoversi «più agevolmente, risalendo la strada di campagna avvolta nelle tenebre» (p. 32), mentre sul viso di Virginia compare «forse» la piega di un sorriso.

Sul fronte linguistico lo scrittore predilige una lingua medio alta, elegante ma non preziosa, ricca ma refrattaria a inflessioni dialettali e a innesti plurilinguistici. All’interno di questa sostanziale ortodossia, spiccano espressioni del linguaggio medico-anatomico, spesso rielaborate dentro metafore essenziali per la rappresentazione della situazione esistenziale dei personaggi (ad esempio l’evento traumatico che diventa «una cisti che nessun intervento chirurgico potrà mai rimuovere», p. 15 – corsivo dell’autore). Inoltre metafore e comparazioni, di cui Fontana è abile cesellatore, si richiamano da un racconto all’altro: il tradizionale comparante della farfalla compare in Organza (p. 19) e torna in Breve pazienza di ritrovarti (p. 36), mentre due suggestive similitudini fanno capo alla figura del canarino in gabbia in Coricarsi presto (p. 24) e Sotto il lenzuolo (p. 81). Si palesa una struttura coesa, in cui temi figure e stilemi ritornano specchiandosi fra di loro, corroborando il senso del progetto complessivo.

Molto di quanto emerso si condensa nel monologo di Monica che chiude il quarto racconto, Biopsie:

Perdermi nel labirinto ordinato delle sue abitudini, nel silenzio assordante della sua ritrosia.

Albeggia ormai, fa freddo, è tempo che ritorni nella mia camera. Il corridoio, il bagno, lo specchio. Questi occhi cerchiati, queste rughe, questa metastasi lenta. Perché mi chiedo ancora che cosa mi spinga a farlo. Sono così simile a lui.

Curare i nostri organi malati di solitudine, isolare nelle nostre cellule il veleno della rassegnazione. Eseguire, ogni notte, crudeli biopsie per salvarci dalla cancrena.

Non è questo che devo fare, papà? (p. 57 – corsivo dell’autore)

Si noti il duplice ossimoro in apertura, figura retorica che si ricollega alla «breve pazienza» del titolo, e ben sintetizza la travagliata natura delle esistenze evocate in queste pagine.

Si tratta, in conclusione, di un libro dalla notevole maturità stilistica: la perizia con la quale Fontana piega ai propri fini espressivi tradizione e tecniche narrative (montaggio, focalizzazione multipla, plurivocità), senza disdegnare ibridazioni di codici diversi e accensioni liriche, coniugata a una rara sensibilità umana e letteraria, non vengono mai meno nell’arco di tutta la raccolta. Lo scrittore riesce a disorientare il lettore, proprio come disorientati sono i protagonisti e le vite rappresentate in questi racconti, senza però frastornarlo, concedendogli di riguadagnare, a differenza dei suoi personaggi, l’uscita dal labirinto.

Presseschau (Auswahl)

«Cosa unisce, con forza e indelebile tristezza, gli otto racconti che Giovanni Fontana ci consegna quale chiave di lettura delle nostre esistenze anonime […]? È l’incapacità di vivere rapporti d’amore autentici, uomini che non hanno trovato le parole giuste, strette nella soglia del silenzio e del turbamento. È il ripetersi di formule che non contengono nel linguaggio e nell’interiorità della coscienza una rottura con le convenzioni» (Massimo Daviddi, «La Regione Ticino», 25.01.2016)

«Breve pazienza di ritrovarti, verso “inedito” rubato ad una lirica del padre, è il titolo dell’opera prima di Giovanni Fontana […]. La presenza della poesia sulla soglia d’ingresso alla raccolta di otto racconti brevi, è particolarità che non può restare inosservata perché segnala, come si vedrà, una proficua confluenza tra i due generi» (Pierangelo Lecchini, «Il Porticciolo», 4, 2015)