Il pellegrinaggio della felicità

Jacques Mercanton

Il pellegrinaggio della felicità (1948), secondo magistrale romanzo di Jacques Mercanton, è un'opera fatta di ombre, di presenze supplici che si misurano, fatalmente destinate alla sconfitta, con quella che lo storico Maurice Ollender definisce l'umanità dell'umano: l'amore, la malattia, la morte. Siamo in Europa negli anni Trenta, fra la tragedia della rivoluzione sovietica, il mortifero avvento del nazismo, l'imminente catastrofe della seconda guerra mondiale. I personaggi si muovono come sonnambuli tra una Praga non tanto tragica quanto malefica, un'Engadina dove il chiacchiericcio mondano si confonde con le parole di Pascal, e una Parigi ciecamente avviata all'occupazione tedesca. Quasi nessuno di loro è all'altezza del proprio destino, non il dottor Balmont che ama la moglie Marina senza capire la grandezza del proprio amore, non Marina stessa, allegoria dell'altra polarità dell'amore – la morte – per la quale non conta la sventura della storia, ma solo quella dell'individuo. Ogni personaggio è attraversato dal non sapere. Scrive Mercanton: «Non si sa, infatti, se si debba applaudire o piangere; ci si confonde con il proprio cuore; non si sente più se batta ancora; si spia il proprio sospiro». In questo senso ognuno di loro appare struggente al lettore che invece «sa», di quel labile sapere che è dato agli umani. Intensa come la luce del sole citata nella massima di La Rochefoucault posta in epigrafe al testo, Il pellegrinaggio della felicità è un'opera che può essere citata tra le maggiori del Novecento europeo.

Rezension

von Roberta Deambrosi

Publiziert am 17/11/2009

Il pellegrinaggio della felicità è la prima opera narrativa dello scrittore e critico losannese Jacques Mercanton (1910-1996) ad essere pubblicata in italiano. Il romanzo trova posto nella collana «I cristalli» dell'editore Dadò, che si profila come una collana di proposte di opere maggiori, di narrativa e di saggistica di scrittori svizzeri, che abbiano un ruolo nella «riflessione sull'identità elvetica». La scelta di inserire un'opera di Mercanton in questo ambito è solo a prima vista paradossale, considerata l'adesione dello scrittore ad una letteratura europea, universale, a detrimento di una letteratura regionale, romanda, da lui sempre misconosciuta. Così si esprime Daniele Maggetti, nella sua prefazione al volume, a proposito del paradosso di Mercanton: «frequenta Joyce e Thomas Mann, e predilige glosse e commenti dedicati ai massimi scrittori del passato, rigetta quindi ogni legame con il mondo letterario della Svizzera francese, da lui ritenuto provinciale e chiuso su se stesso. Ironia della sorte?». Ironia sì se si costata come la sua opera ha avuto ed ha un pubblico e una risonanza tutta romanda, spiega Maggetti.

Oggi disponiamo dunque di un primo ma consistente accesso all'opera narrativa di quest'autore di cui si conosce, attraverso una traduzione di Laura Barile, un saggio molto personale, Le ore di James Joyce, pubblicato dalla genovese Il melangolo nel 1992, in cui Mercanton racconta del personaggio Joyce così come egli stesso ebbe a conoscerlo. L'operazione dell'editore locarnese si avvale di una solida traduzione, che si cala non solo nella lingua mercantoniana, ma anche nella peculiare atmosfera che questa scrittura riesce a costruire. In questo senso, è coerente la scelta di preferire una traduzione organica, invece che una trasposizione lineare, e ne è un esempio manifesto il titolo del romanzo: non viene infatti riproposta la citazione di La Rochefoucault con cui Mercanton intitola il volume, ma, altrettanto efficacemente, viene estrapolata un'espressione da un discorso di Baldine, ex marito di Marina, a Balmont, il futuro marito: «Se Marina non se ne fosse andata, me ne sarei andato io. Sono arrivato all'età della pensione o del pellegrinaggio. Poiché c'è una costante vocazione al pellegrinaggio, nel nostro popolo. Faccia sì, signor Balmont, che quello che Marina intraprende con lei sia il pellegrinaggio verso la felicità... Marina è ancora giovane». Nell'accostamento del termine impegnativo di «pellegrinaggio» a quello altrettanto complesso di «felicità», è subito esplicitato il rapporto conflittuale che i personaggi intrattengono la ricerca di un difficile equilibrio nella vita, non solo amorosa.

Il romanzo è un pellegrinaggio anche nei tempi della narrazione, è cioè costruito su ritmi allentati, sprovvisti di ogni velleità sperimentale, e più che interessarsi all'evolversi degli avvenimenti, si concentra sull'evocazione di immagini mentali. I personaggi che abitano la vicenda sono descritti senza mai prescindere dalle emozioni e dai tormenti che li traversano, attraverso l'occhio più o meno deformato o deformante del narratore oppure di un altro personaggio, anch'esso debitore del suo stato d'animo. è così che al lettore, ad esempio, vengono introdotti i partecipanti al gruppo praghese degli amici di Marina riunitosi per preparare una cospirazione che dovrebbe portare ad una rivoluzione, attraverso le visioni di un Balmont in balìa delle forti emozioni legate alla prossima fuga-partenza che dovrebbe segnare un nuovo inizio della sua vicenda amorosa. Sono descrizioni di visi, atteggiamenti, destini che contengono già i germi della fine, i dubbi sull'amore di Marina, i misteri che circondano la sua vita, e la tragicità che avviluppa i personaggi che ruotano attorno al gruppo di cospiratori. Uno per tutti, Grigory, malato grave e condannato a morire di lì a poco.

Il lettore viene chiamato a seguire i moti dell'anima, le sofferenze morali, più che le vicende fattuali di una coppia di amanti, che per vivere il loro amore, fugge dunque da una Praga in fermento, in preda alle ansie, all'impazienza e alle paure generate da un momento storico tra i più agitati della storia del Novecento europeo. La loro storia continua poi, sempre nell'imminenza della guerra, in luoghi di villeggiatura dei Grigioni celebri anche per aver ispirato e ospitato vicende di opere cardinali come La montagna incantata di Thomas Mann – del quale Mercanton, proprio nel periodo di stesura del Pellegrinaggio , si occupa in diversi saggi –. In questo scenario e con Marina diventata ormai sua moglie, Balmont si sente «lanciato improvvisamente incontro a una nuova avventura che non capiva, non intravvedeva, ma del cui arrivo era tristemente certo». Se parlare di avventura parrebbe esagerato, pensiamo noi, l'incertezza accompagnata dal pessimismo, qui molto esplicita, è invece rilevata anche dal critico Christophe Calame: «dieci anni più tardi, in un palace engadinese, pochi giorni prima dell'inizio della Guerra, Balmont riconosce che nulla protegge il corpo dalla malattia, la socità dalla catastrofe collettiva, e l'amore dall'erosione» (trad. nostra).

Ma due aspetti, nel Pellegrinaggio, colpiscono per la loro centralità: la ricorrenza di mappe simboliche e l'ossessività dei richiami al tema della malattia, che si fanno sempre più invadenti e finiscono per scavalcare la struttura narrativa peraltro già esile. Così come il nome di Marina, sin dall'inizio, viene declinato e fatto rieccheggiare nell'uso di figure metaforiche legate al topos del mare, dunque all'idea di luogo protettivo e alla sicurezza materna, il motivo delle rose, quelle in ricordo del bambino morto, quelle dell'addio a Praga e quelle evocate ad Arosa (che risuonano anche nel toponimo), tracciano un filo rosso tra ricordo, rimpianto, amore e morte. Balmont, poche ore prima che lasci Praga insieme alla futura moglie, ha un'immagine di Marina, l'indomani, che attraversa la stazione con le braccia cariche di rose. Sono rose che simboleggiano un rimedio per il dolore dell'addio, e sarebbe lui, Balmont in quanto medico, ad elargirlo e quindi a fornire alla futura moglie il quadro terapeutico nel quale ricordare tutto ciò che di doloroso e felice si lascia dietro: «china e chiusa sui fiori, avrebbe consumato in silenzio i suoi ultimi rimpianti». Pagine dopo, il mazzo di fiori torna sottoforma di omaggio al malato Grigory.

Ed ecco dunque la malattia come condizione individuale e collettiva che rende palese e consapevole un sentimento difficile ma inevitabile, quello della fragilità dell'esistenza e delle certezze che la sorreggono. La malattia assurge dunque a vero soggetto del romanzo, poiché essa incarna l'evento, o il pre-evento, il sintomo, ma anche la metafora che più rimanda alla morte. Ad Arosa e in Engadina, dove Marina e Balmont trascorrono la villeggiatura, la malattia è presente ovunque, anche, antiteticamente, nell'aria limpida, particolarmente salubre dei luoghi, ma appunto per queste sue caratteristiche, molto ricercata dai pazienti affetti di tubercolosi e altre simili malattie del sistema respiratorio. E' presente però anche a Praga e a Parigi, metafora della guerra e di una condizione umana irrimediabilmente guasta. Mercanton, nel utilizzo di un motivo così potente, si inserisce in un filone letterario che attraversa le letterature europee dell'ultimo secolo – si pensi a Mann, Proust, Kafka, o Virginia Woolf, ma anche Ennio Flaiano con Tempo di uccidere e Camus con La Peste, due romanzi non a caso praticamente contemporanei del Pellegrinaggio – che lo fa proprio per simboleggiare la corruzione dell'animo umano, sia a livello collettivo che individuale.

Il romanzo turba dunque per questo senso inglobante, permanente e pervasivo del tragico. Mercanton non lascia scampo né all'uomo, né al lettore ponendoci di fronte ad un mistero grave: quello della vita che trasmette, sin dal primo respiro, il sintomo della morte e l'impossibilità dell'amore. La malattia, e il suo decorso nel romanzo, attraverso il pellegrinaggio della felicità – e in questo senso, il titolo scelto nella traduzione italiana, tocca e riassume perfettamente la poetica mercantoniana – porta in sé questo destino tragico. Anche perché essa è indissociabile dall'idea della metafora della malattia come passaggio obbligato al sapere, alla salute, alla vita, come ebbe a dire Thomas Mann, nella sua «lezione per gli studenti dell'università di Princetown».