Il tramonto degli dei

Renato Martinoni

Ai primi di dicembre del 1924 arriva nel Cantone Ticino un personaggio eccentrico e pieno di fascino. Si fa chiamare "Altezza il Principe Tewanna Ray", ma molti preferiscono il suo nome indiano: Cervo Bianco. Il "Capo" pellerossa, che ha recitato in un film accanto a Rodolfo Valentino, è reduce da una trionfale tournée che – con il suo costume variopinto, le sue danze, i suoi canti - lo ha portato sulle scene di mezza Europa. Dice di avere attraversato l'Oceano per cercare sostegni alla causa del suo popolo; racconta di essere proprietario di vasti territori gonfi di petrolio; in Italia, dove ha trascorso sei mesi (fra crociere, bagni di folle deliranti, sontuosi ricevimenti, pantagruelici bagordi) ha distribuito in regalo somme fantastiche di denaro avute da due contesse stregate dal suo charme. Ma l'uomo che attraversa il confine elvetico non è più lo stesso che due anni prima era sbarcato in Inghilterra. E' malandato, solo e senza il becco di un quattrino. Il Fascismo, che lo aveva osannato coprendolo di onorificenze, lo abbandona al proprio destino. L'autorità giudiziaria lo sta tenendo d'occhio. La commedia inscenata sta insomma per concludersi. IL venditore di olio di serpente riesce ancora ad aggirare la buona fede di qualcuno (e a rubare il cuore a più di una donna). Poi viene processato e finisce in prigione. Quindi si eclissa per sempre, sparendo in quel nulla da cui era misteriosamente uscito.

Cinque domande a Renato Martinoni

von Pierre Lepori

Publiziert am 24/08/2004

Le rocambolesche truffaldine avventure di Tewanna Ray alias Cervo Bianco "Chief of the Cherockee Indians", al secolo Edgar Laplante, hanno già ispirato due romanzi (due versioni assai diverse di uno stesso romanzo), di Ernesto Ferrero, attuale direttore del Salone del Libro di Torino (Cervo Bianco e L'anno dell'indiano, usciti nel 1980 e 2001 da Mondadori e Einaudi). Per quale motivo ha ritenuto interessante tornare su questa vicenda e sulla base di quali documenti originali?

Tewanna Ray è un personaggio straordinario. Non tanto forse per ciò che è (o che non è), quanto piuttosto per quello che riesce a (far) costruire intorno alla propria immagine. La sua vicenda può essere raccontata in tanti modi, anche se c'è stato a suo tempo uno sforzo quasi generale per cancellare la sua figura-meteora dalla Storia. Questo è successo in particolare nell'Italia del Fascismo, non per fortuna nella Svizzera degli anni Venti. Gli archivi della polizia, quelli privati e le cronache dei giornali hanno conservato molta roba interessante: lettere, rapporti, verbali, tessere ad honorem, fotografie e via di seguito. Non mi interessava tanto raccontare una vicenda voyeuristicamente "borghese" (l'amore tra un falso indiano e una giovane contessa) quanto piuttosto l'avventura di un maliardo capace di niente e di tutto.

Nonostante il sottotitolo "Storia e romanzo di Cervo Bianco", il suo libro si discosta nettamente dalle biografie romanzate di Ferrero (nella seconda la vita dell'avventuriero pseudo-indiano è osservata dagli occhi ammirativi e delusi del suo segretario). Lei sceglie uno stile volutamente cronachistico, da cronistoria più che da romanzo. E' un modo per "giocare" intellettualmente sul senso del romanzesco? Di mettere in scacco una certa idea (anche molto ticinese, si veda per esempio Mario Agliati) di storiografia raccontata? Oppure ancora di dichiarare che la storia, anche quella universitaria, è sempre racconto, sempre romanzo?

Sono arrivato alla scrittura narrativa dopo parecchi anni dedicati alla storia culturale e alla filologia. Vorrei comunque ricordare con Rousseau che si può fare la storia "en réflexion" oppure "en narration". Questa seconda possibilità mi affascina molto (del resto c'è chi, da tempo oramai, specie nell'ambito della comparatistica, considera la scrittura storiografica come una forma di creazione letteraria). Il sottotitolo del libro – "Storia e romanzo di Cervo Bianco" – indica i due estremi dentro i quali si muove la narrazione. Non voglio certo negare che, scrivendo un testo di bellettristica, mi sento portato a riflettere intorno al fenomeno della narrazione. Dopo tanto sperimentalismo fine a sé stesso, dopo tanto bla bla intellettualistico, dopo tante astrazioni pseudo-metafisiche credo sia giunto il momento di tornare a raccontare e, per chi ne ha le doti, a narrare. Raccontare vuol dire fondarsi, almeno all'inizio, sui documenti; e guardare (con ironia, certo) alla realtà.

Se le avventure italiane di Cervo Bianco si svolgono in un paese facile a credulità ben più gravi (siamo nel 1924 del delitto Matteotti), in Ticino il falso indiano è accolto dapprima con scetticismo campagnolo, indi con una particolare crudeltà, durante il processo per truffa che si svolge a Lugano. Ne esce l'immagine non tanto del "paese dell'iperbole" denunciato da Chiesa, quando di una piccola Mahagonny in cui prima si sogna (il bengodi) e poi si punisce. Il sognatore – diverso un poco stregone – è rapidamente rigettato nel ridicolo. Come interpreta queste differenze?

Significa intanto che c'è una bella differenza fra la società democratica, sia pure essa provinciale, dove le falsità possono essere in parte almeno denunciate, e il mondo grande e perverso dei totalitarismi (quelli ideologici, prima, quelli mediatici, poi) che usa gli eventi per fini propri, e che poi sovente non sa più distinguere fra realtà e finzione, anzi fra verità e menzogna. Finché il falso "Chief of the Cherockee Indians" serve al sistema, il sistema – cioè il Fascismo – in Italia lo venera come un dio disceso dal cielo; quando la sua immagine si sta rivelando sporca, ma soprattutto diventa troppo visibile, tanto da fare ombra ai grandi capi, ecco che lo si elimina brutalmente.

La figura di Tewanna Ray è complessa e affascinante. Nonostante le follie irrazionalistiche che scatena, non possiamo impedirci di trovarlo un poco tenero, soprattutto quando arriva a Bellinzona sifilitico e patetico. Il suo libro non sembra invece dimostrare una particolare empatia nei confronti dell'"imputato Laplante", osservato anzi nell'impietosa secchezza della cronaca. E' una scelta dello storico, dell'intellettuale, del romanziere?

Lo studioso ha un proprio modo di scrivere, e di parlare al proprio pubblico dei lettori. Da qualche anno in qua – pur senza venire meno al mio mestiere – sento il bisogno di scrivere anche diversamente, e di parlare anche a un altro tipo di pubblico. Mi è capitato varie volte di dovermi confrontare con la biografia (di aristocratici seicenteschi, di eruditi settecenteschi, di esuli ottocenteschi, recentemente del poeta Dino Campana). Conosco per esperienza diretta i meccanismi mentali che accompagnano questi lavori. Tewanna Ray non è un raffinato collezionista di opere d'arte, non è un paziente studioso di storia letteraria, non è un intellettuale lontano dalla sua patria, non è un grande poeta "pazzo". È solo un abile mentitore (abile con la parola e con i gesti), spietato con gli altri e con sé stesso. Possiamo guardare a lui con simpatia, ma non con sentimenti di compassione o di compartecipazione. E poi c'è un fatto che mi pare importante: durante il processo a suo carico il falso Indiano dice che tutto è stato teatro, che lui si sente attore di una messinscena dove ognuno – anche chi lo ha portato in tribunale e lo farà mettere in prigione – ha recitato la sua parte. Come finirà la tragicommedia? Questo chiede "Cervo Bianco" ai giudici che lo condanneranno, agli avvocati che lo accusano, alle contesse che lo hanno viziato, alle migliaia e migliaia di persone che lo hanno osannato.

Il ruolo (e la temperie) del fascismo nella folgorante carriera di Tewanna Ray è abbastanza evidente. La truffa è una sorta di cartina di tornasole di una società pronta ai facili entusiasmi e con qualche senso di colpa coloniale (non a caso Delio Tessa ne trae una satira antifascista). A più riprese lei insiste – nella sua cronaca della truffa di Cervo Bianco – su possibili parallelismi con i fenomeni massmediatici attuali. E' davvero possibile comparare queste due epoche – il 1924-25 e il 2004 – e considerare la vicenda di allora come un monito contro i persuasori occulti di oggi?

Credo proprio di sì. Anzi, il falso Indiano anticipa con intelligenza – ecco l'aspetto più straordinario della sua storia – le perversioni della società dei messaggi gridati alla televisione. "Cervo Bianco" è simbolo ante litteram di un mondo mediatico che crea i personaggi dal niente e poi li usa o li getta a seconda delle necessità. E di un pubblico pronto a esaltare o a denigrare da un momento all'altro. È una metafora dell'oggi, insomma. Una meteora profeticamente comparsa con un secolo di anticipo sugli eventi contemporanei.
 

Presseschau (Auswahl)

Chi ha un po' d'anni sulle spalle sa chi fosse Tewanna Ray, il mitico grande Capo indiano che, vestito da Principe dei Pellerossa con piume sgargianti oppure fasciato da eleganti abiti gessati all'occidentale, spadroneggiò in Europa negli anni Venti ottenendo onori, adulazioni, denari, innamoramenti, salvo rivelarsi poi un sublime malfattore, un imbroglione geniale che seppe tenere in scacco folle e governi. Ne sanno qualcosa i ticinesi, che questo bel tomo ospitarono nel 1925. E prima di essere definitivamente smascherato e catturato proprio in Svizzera, Tewanna Ray (o Cer-vo Bianco) ebbe il tempo di far sospirare insospettabili signore ticinesi, di sedersi a ricche tavole patrizie, di spillar soldi a destra e a manca e sparpagliarne altri (non suoi) in compiacente beneficenza, di lasciar debiti scoperti e di presenziare, applauditissimo ospite d'onore, nel "palco del go-verno" del Teatro Sociale al co-spetto della "Bellinzona bene".
A dire il vero qualche sospetto gra-vava da tempo su questo incanta-tore ineffabile e anche alcuni giornali ticinesi, in controcanto rispetto ai trafiletti entusiastici di altri, seminavano maliziosi dubbi su questo presunto Principe pellerossa. Le vicende del talentoso truffatore e la sconcertante catalessi di lucidità di tanti poteri e folle vengono raccontate in un gustoso libretto scritto da Renato Martinoni per le Edizioni Ulivo di Balerna. Martinoni, docente di letteratura italiana all'Università di San Gallo e attento ricercatore, ha lavorato sui documenti con assoluta precisione. E dunque questo suo romanzo è sì inventato nel taglio narrativo (la forma, la drammaturgia: come quando Cervo Bianco, prima di sorridere benevolo a qualche nobildonna di lui invaghitasi, aspira lenta-mente il fumo di una sigaretta e accavalla le gambe con eleganza…) ma è fedelissimo ai fatti realmente accaduti. Il rigore documentaristico e l'agile piglio narrativo conferiscono al libro una sveltezza di racconto, una duttilità espositiva che danno un piacevole esito di lettura. Il romanzo "vero" parte dall'apparizione pubblica di questo fantomatico Chief indiano e ne descrive le gesta ardite, tutte fondate su una credulona compiacenza. Lui, di suo, ci metteva il suo volto bruno e intenso di seduttore, le molte lingue conosciute, una capacità affabulatoria eccezionale e il conto in banca della contessa Kehvenhüller e della figlia contessina, letteralmente sedotte e stregate dal nostro indiano, che poi non era un indiano ma mezzo americano e mezzo belga di nome Edgar Laplante, una specie di apolide provvisto di una deviata genialità e forse anche patologicamente affetto da una sua mania di "grandeur".
Il libro di Martinoni narra le vicende di Cervo Bianco dai suoi esordi in Inghilterra e poi in Francia e in Italia (dove lusingherà, ricambiato, il nascente fascismo in cerca di altisonanti visibilità) fino all'ultima tappa, quella svizzera: colpito da una forma di epatite sifilitica (il Nostro non andava per il sottile in quanto a costumi privati) viene mandato dal medico curante a un suo collega e amico che dirige l'ospedale di Bellinzona; qui ritempratosi un poco, Tewanna Ray fa in tempo a sedurre anche i ticinesi, al punto che recandosi a Lugano in visita con il suo autista, fa una breve sosta a Rivera dove, scrive il Martinoni, "ha offerto un rinfresco a varie centinaia di persone che lo stavano aspettando lungo la strada. In realtà si è dimenticato di pagare il conto, ma il municipio decide di provvedere perché, giura qualcuno, Cervo Bianco ha promesso di dare un sostanzioso contributo per la costruzione dell'Asilo infantile…". Dopo la serata di gala al Sociale, le cose precipitano, la contessa e la contessina finalmente aprono gli occhi e denunciano il malaticcio Cervo Bianco, che viene arrestato alla Stazione di Bellinzona. L'ultima parte del romanzo narra le vicende colorite e persino grottesche del clamoroso processo, prima che il Laplante, detronizzato del suo titolo fasullo, ritorni nel nulla da cui era giunto. (Michele Fazioli, Giornale del Popolo)