A memoria di mare

Donata Berra

Aperta da un prologo che canta forte, in pienezza di dramma, e conclusa da un epilogo che parrebbe contraddirlo nella sua familiarissima, cordiale iconografia, la nuova raccolta di Donata Berra conferma in verità quanto siano intercambiabili i due registri: ogni eventuale sublime nutre in sé l'umile quotidiano, così come dalla più trita delle occasioni può spiccarsi un grano di solennità. [...] Anche nei suoi risvolti amari o struggenti, questo libro predica e diffonde un'allegria delle cose, della percezione che possiamo averne. E se lo sguardo punta alle altezze lontane, per esempio alle cime innevate d'azzurro che sovrastano Berna, la parola del poeta ci trattiene più giù, dove «passa un po' di fretta Rosa / che porta la sua borsa della spesa» (dentro la quale potrebbe esserci qualcosa per noi).

Silvio Ramat

Rezension

von Roberta Deambrosi

Publiziert am 14/06/2010

Nella raccolta A memoria di mare, pubblicata da Casagrande, Donata Berra fa confluire, fra le altre, le poesie in parte pubblicate recentemente sul n. 246 di Poesia , sul n. 9 del semestrale Smerilliana (leggermente modificate) e la sezione Vedute bernesi uscita nel 2005 per Alla chiara fonte.

Un primo componimento, che riporta – come spiega l'autrice in nota – un brano del Canto di Ariele , dalla Tempesta di Shakespeare, inaugura la raccolta anticipando alcuni motivi, la notte, il mare, gli abbagli di luce, la luna, e linee curve, che ricorreranno poi nelle quattro sezioni del libro Tempi, Tu, Luoghi e Lei.

La prima sezione, Tempi, accoglie costruzioni barocche, visioni d'opere d'arte, di paesaggi nei quali si aprono squarci metafisici. Le tonalità sono quelle notturne che danno risalto a luccichii di stelle e splendori lunari e quelle dell'oro che è il colore della luce, o del suo riflesso sulle cose circostanti. A volte invece le tenebre non danno scampo, eppure si cercano, si desiderano: «Ah, fosse già notte. Scura, / venuta nel suo buio a lacerare / con lame nere l'illusa giornata / nostra, ardua allo smorire dell'attesa ».

In un tempo indefinito, si presenta un istante che non è propriamente risolutivo, ma che racchiude in sé una fine che promette ancora un futuro: «No, perché? Era un giorno come gli altri, / segnato sullo stesso calendario / di una data qualunque. // Ma verso sera / sul piccolo, remoto palcoscenico / di una piazzetta fuorivia // si è aperto un sipario d'aria purpurea / ed è salito sulla scena, / emozionato per la recita // e vibrante d'attesa, come chi aspetta / il cenno del maestro di ballo / per un ultimo, rapido inchino // il vecchio acero biondo, / laccato d'oro / dai raggi del sole al tramonto. // E tu lo guardi, allora, come / non più il tempo tuo / vi portasse un domani.»

In questi primi componimenti si annuncia già il dialogo con un interlocutore a cui tanto viene chiesto, e dal quale poco si riceve, quasi a significare un'incomunicabilità di fondo, che si farà esplicita nel Tu della seconda sezione. Forse perché una terza persona o entità – la morte? – si frappone: «Come salvarti, dimmelo, cuor mio, / quando ti aggraffa lei tra le grinfie adunche», come il Lei dell'ultima sezione, quello della sprezzante Castellana implacabile , difficile da circoscrivere, che ci lascia, noi lettori, intrappolati nei divertissements linguistici di un io capriccioso che non sembrano poter fornire la formula magica che apre al mistero.

È emblematico, e quasi centrale nella composizione dell'intera raccolta, in questo senso, il protagonista smemorato e indifferente della poesia Paesaggi con gatto assente, che sì lascia tracce « sul cofano della macchina / un'impronta di zampa a quadrifoglio», ma poi con certa alterigia non si fa più trovare.

La terza sezione intitolata Luoghi, è la più organica per la presenza costante dell'acqua, nonostante l'ossimorica poesia d'avvio, Serifos, breve, accecante nel suo rimandare abbagli e suoni secchi, brulli: «Tocchi di biacca della / ???a a rocca, / balzi spaccati a picco, capre / fitte corna orecchie / dritte d'asini saccenti / Giove stizzito raffiche / di venti, ampie / vele alte sulle scotte / fuori staccate nicchie di chiesette / s'alza di scatto e fugge il cane giallo...». Il componimento è un'apertura efficace che stride con la grande quantità d'acqua che verrà dopo, portata dai fiumi: prima il Magra, nella serie Bocca di Magra, dominato da onde lenti e da suoni liquidi, poi, nelle Vedute bernesi è un fiume più inquietante. È l'Aare, che scorre da altitudini paurose, dalle «alte nevi segrete» che ripetutamente vengono menzionate, quasi a infondere ancor più il senso del verticale, come le altezze che separano i ponti dal fiume, in contrasto con la superficie e gli argini del Magra, i suoi orizzonti larghi. L'acqua, sotto forma di mare e di fiume, raccoglie e tiene insieme paesaggi diversi, è presente nei dettagli e nelle parole precise; ed è proprio a loro, alle parole, che tocca il ruolo di maglia debole, poiché nonostante la loro esattezza, il loro risuonare talvolta complesso e solenne, non riescono a nascondere l'effimero dell'esistenza.