Dove nascono le madri

Virginia Helbling

La maternità è un’esperienza forte e destabilizzante anche quando tutto va bene. La protagonista di questo romanzo è madre da poche ore: la sua bambina appena nata dorme nella culla accanto al suo letto in ospedale e lei non sa neppure come prenderla in braccio. Deve imparare tutto. Il suo corpo cambia con prepotenza, e accettarlo non è facile. A casa la vita sembra spegnersi nei ritmi sempre uguali delle giornate dedicate alla cura di un essere ancora sconosciuto che deve essere nutrito e accudito. Difficile ritagliarsi un po’ di tempo per suonare il pianoforte, mentre per il padre della piccola nulla è cambiato: la sua carriera di violinista prosegue senza intoppi. Spesso è assente, oppure, quando c’è, è distaccato. Solo la natura – il bosco dietro casa – sembra accompagnare la protagonista in questo percorso di scoperta di sé, della sua fragilità e della sua forza. Mentre sperimenta la sua nascita come madre cerca un modo per rinascere come donna, rifiutando i luoghi comuni sulla maternità e sforzandosi di ascoltare i suoi bisogni. Nonostante le incertezze e i momenti di stasi, sarà un percorso nella gestazione di un’altra se stessa. Il romanzo esplora le zone d’ombra di una giovane combattuta fra il desiderio di libertà e i doveri del nuovo ruolo di madre. Ruolo che assume il significato di rinuncia, portandola a porsi delle domande sulla sua nuova vita e su ciò che le ruota attorno.

(dalla presentazione del libro)

Rezension

von Alessia Peterhans

Publiziert am 13/05/2016

Sorprende forse la presenza del plurale nel titolo di un libro in cui viene narrata la storia di una donna da poco diventata madre. Ma la domanda Dove nascono le madri? si riferisce in questo caso non tanto al dato biografico di una madre in particolare, quanto piuttosto al suo situarsi in un ruolo. Nel suo romanzo d’esordio, insignito nel 2016 del primo Premio Studer/Ganz conferito a un’opera italofona, Virginia Helbling non propone una risposta univoca. Nel primo capitolo la protagonista osserva la figlia appena nata trascorrere i primi giorni in una sorta di limbo fatto di sonno e si domanda se nella vita non si nasca più di una volta, non solo nel momento in cui ci si stacca dal ventre materno. Analogamente nel romanzo viene raccontata la nascita progressiva di una donna nel suo nuovo ruolo che, a dispetto del luogo comune della madre felice, non è privo di lati bui.

Il libro è strutturato in cinque capitoli i cui titoli – «in ospedale», «a casa», «fuori», «lontano», «oltre» – lasciano suggerire un percorso verso l’apertura. L’evoluzione, raccontata dalla protagonista in prima persona, non è tuttavia lineare e anzi suggerisce l’idea che il ruolo di madre rappresenti una limitazione alla libertà individuale. La scrittura si manifesta allora come un bisogno quasi fisico di dire anche le «cose che non si dicono» (p. 40), di affrontare i tabu che circondano la figura della madre. La narratrice si disfa di ogni autocensura affrontando la tematizzazione del corpo e rivelando anche i lati più nascosti del proprio mondo interiore, compresa l’attrazione per il vicino di casa, «l’uomo con la barba». Questa urgenza di raccontarsi si traduce da un lato nella ricerca di parole e figure retoriche attinte dal campo semantico della natura, dall’altro in un susseguirsi di ritmi coinvolgenti e spesso imprevedibili.

La natura funge costantemente da sfondo per la storia. Dopo un primo periodo in ospedale, in cui la protagonista avverte la vicinanza con le altre madri nella stessa stanza come fonte di disagio, il ritorno a casa significa anche la prossimità del bosco. Amico e consolatore, il bosco offre ospitalità alle passeggiate solitarie della neo madre, ma è anche il luogo dove si nascondono i ricordi e le paure legate al passato. La natura in generale offre inoltre parole per parlare, ad esempio, del trascorrere del tempo («castagne svuotate dal gelo», p. 70) oppure del corpo («e mi prende una mano come un riccio la castagna», p. 85). Le esperienze del corpo, uno dei temi centrali del libro, non si lasciano classificare in due categorie opposte (positive e negative) sono invece caratterizzate da una complessità quasi impossibile da descrivere. La narratrice ci riesce chiamando le cose con il loro nome (non mancano parole come «sudore», «muffa», «epidermide», «puzza») ma anche sottolineando la propria somiglianza con una pianta o un animale, ricordando così che il ruolo di madre è in realtà uno stato istintivo, quasi primordiale.

Anche la musica detiene un ruolo ambivalente all’interno della storia. Da un lato rappresenta la lontananza tra la protagonista e il padre della bambina appena nata. In quanto violinista e concertista in carriera lui si differenzia da lei, pianista e accompagnatrice, che suona principalmente per riversare i propri stati d’animo nelle note. D’altro lato la musica o, meglio, le musiche che pervadono la storia fungono anche da base per il ritmo del racconto. Nei primi giorni dopo la nascita della figlia la vita della protagonista è dettata dai bisogni fisiologici della bambina che si ripetono con una frequenza di due ore: è un susseguirsi di risvegli, allattate, cullate, lavate e sonni. Questa frammentarietà viene resa dal ritmo della scrittura, caratterizzato da un alternarsi di frasi e paragrafi estremamente brevi ad altri più lunghi, ed è accompagnata dalla musica di Schubert suonata dalla protagonista al pianoforte. Più avanti nel racconto viene descritta una festa di paese, durante la quale la protagonista si permette una sorta di pausa dal ruolo di madre e balla con il vicino di casa. Tale scena è narrata in un unico lungo paragrafo dal ritmo incalzante – e la musica martellante da discoteca fa da colonna sonora.

È da leggere tutto d’un fiato il romanzo di Virginia Helbling, la cui scrittura coinvolgente ha il potere di raccontare la storia di una donna che riscopre sé stessa in modo sincero e a tratti disarmante. L’apice è raggiunto nella scena in cui la protagonista ascolta la registrazione di un concerto per pianoforte di Bach, interpretato da un suo amico musicista. L’evoluzione di melodie e note dimostra come per lo strumento musicale sia possibile seguire l’orchestra e al contempo suonare la propria melodia personale per farsi strada nella musica d’insieme. Analogamente la protagonista, cercando sé stessa all’interno del ruolo di madre, si ritrova invece a riscoprire la bellezza del proprio nome, che compare solo una volta nel libro pronunciato dalla bocca dell’«uomo con la barba».