Chiara cantante e altre capraie

Doris Femminis

Saga di donne, di gente semplice, ambientata in una valle alpina, nella quale chi abbia vissuto sui monti facilmente potrà riconoscere un po’ della propria terra e il suo volto duro, scolpito nella macina della vita con fatica e ostinazione.

(dalla quarta di copertina)

Rezension

von Matteo Ferrari

Publiziert am 24/07/2017

La Val Bavona, a nord di Cavergno, in Valle Maggia, è una porzione esigua dell’arco alpino, poco più di centoventi chilometri quadrati - molti dei quali occupati da pendii ripidi e improduttivi -, eppure ha goduto negli anni di buona visibilità. Ciò è in parte dovuto alle sue caratteristiche morfologiche, che ne fanno una delle valli più suggestive dell’arco alpino, con i nuclei accoccolati sul fondovalle, i dirupi ripidi e severi, le eroiche scalinate che gli alpigiani hanno costruito nei secoli per raggiungere i pascoli in altura. Proprio il paesaggio è sicuramente un atout della valle: la stupefacente cascata di Foroglio aveva d’altra parte già incantato negli anni trenta la regista tedesca Leni Riefenstahl. Parte della celebrità della Bavona è dunque dovuta ai suoi panorami; parte alla gestione oculata degli abitati del fondovalle, coordinata oggi da un’apposita fondazione; parte al fatto di aver avuto un cantore d’eccezione nello scrittore Plinio Martini (1923-1979), troppo famoso, soprattutto in Ticino e nella Svizzera tedesca, perché ne se ne taccia qui il nome. Chiara cantante e altre capraie è un romanzo bavonese, nel senso che in Bavona è ambientato e della popolazione bavonese racconta vita e peripezie. L’opera porta un sottotitolo che è al tempo stesso una spiegazione e un programma: Saga di donne strette tra le montagne e il Cielo. Saga, dunque - una saga che copre quasi mezzo secolo, dal 1910 al 1946. La vita raccontata è quella dei contadini d’inizio Novecento. «Per il parto, la morte e persino il sesso, la differenza tra loro e le bestie stava tutta nella testa, al corpo umano non essendo riservate agevolazioni e comodità. Si nasceva, si soffriva, si concepiva e si moriva come le capre nelle stelle» (p. 185). L’autrice, Doris Femminis, infermiera, classe 1972, è di Cavergno come lo era Martini, e attinge allo stesso bagaglio di racconti orali al quale aveva già attinto Plinio Martini, e forse anche ai suoi romanzi. Eppure il suo è un romanzo in parte nuovo, che vale la pena leggere per almeno due motivi.

Il primo è la prospettiva. Le vere protagoniste del romanzo sono le donne citate nel sottotitolo. Nelle pagine di Femminis la preminenza dei personaggi femminili emerge senza mai divenire esclusiva, e questa è senz’altro una novità. Sono tante le donne che si affollano in Chiara cantante, a cominciare dal personaggio che dà il titolo al romanzo. Figlia di Elisa e Vincenzo, Chiara è un personaggio indipendente e struggente. Ottava di otto figli («a Fontana cresceva ottuso l’ottavo pancione di Elisa snellito dal fieno», scrive l’autrice di lei quando è ancora nella pancia della madre, p. 60), crescerà all’ombra dei fratelli più grandi e di quelli morti prematuri, scegliendo infine di continuare a vivere coi i genitori ormai anziani anche quando tutti i suoi fratelli saranno sposati e fuori casa. Chiara è un buon esempio delle donne di Doris Femminis: figure per lo più forti. La scelta di fare delle donne le protagoniste del romanzo si distanzia leggermente dai libri di Martini, dove le donne sono destinate a una dolente, seppur dignitosissima, co-presenza a fianco degli uomini. Le donne di questo romanzo assomigliano a quelle che racconta un’altra scrittrice valmaggese, Bruna Martinelli, nei suoi racconti non a caso intitolati La forza delle donne (pudelundpinscher, 2014). Donne che sanno fare i conti con le asprezze della vita.

«Come da Eva e per il lungo srotolarsi di razze, stirpi e provenienze, le donne avevano partorito figli provvisori, uccisi dall’aria, dalla fame e dalla storia, sacrificati sugli altari, trivellati dalle guerre, bruciati dalle inquisizioni, rapiti per la schiavitù, afflitti da dominazioni, naufraghi di americhe sognate e bastimenti e zattere affondate, strappati alla vita dalla vita, nel dissanguarsi del parto, morenti con l’orfano ancora nudo e bagnato quale ultimo miraggio» (pp. 89-90)

Chiara cantante è un romanzo corale, con molti protagonisti e nessuno. Se c’è un difetto di cui soffre, è proprio il moltiplicarsi dei personaggi e delle trame, che disorienta per la mancanza di un vero centro: le famiglie sono ampie e a tratti, nella genealogia, il lettore può perdere il filo. Alcune storie emergono però con forza sulle altre, come quella di Marta, contadina messa incinta da un contrabbandiere formazzino di passaggio, Matteo. Quando Marta si reca in Formazza con il proprio neonato per farlo riconoscere dal padre e coronare il sogno di matrimonio, trova un uomo spento, prosciugato dalla guerra, che per codardia si rifiuta di riconoscere il figlio lasciando la ragazza madre e sola.

C’è un secondo motivo per cui vale la pena leggere quest’opera, una seconda ragione della sua novità, ed è lo stile. Doris Femminis, al suo esordio come narratrice, stupisce per l’uso innovativo e spiazzante della lingua, per gli accostamenti arditi con cui ne esplora le possibilità. Chiara cantante, da questo punto di vista, si potrebbe definire un’opera espressionista. Il ritmo della frase colpisce anche quando l’autrice racconta fatti tragici, come una caduta dalle scale e successivo aborto: «Elisa riposava le mani sul ventre vivo, iniziando a immaginarsi una sua compiutezza, quando un giorno di maggio, sovrappensiero, inciampò e rotolò dalle scale, senza appigli, con il ventre pieno che cozzava contro i muri e la schiena a contare i gradini. Arrivata in fondo, tramortita, si trascinò alla panca, e fu così che la trovò Vincenzo, nel sangue» (p. 40). Il lavoro linguistico che Doris Femminis compie sulla sua opera, se in parte compensa la minor attenzione alla linearità della trama, dimostra soprattutto come anche le storie già raccontate, se un autore sa trovare la lingua per narrarle, possono rinascere a nuova vita.