Rezension

von Carlotta Jaquinta

Publiziert am 20/03/2017

Una tenace pece

bluastra e gialla ingromma il cristallino:

se muovi il capo, se giri lo sguardo

tutto nell’occhio si mette a frullare

e una parte del mondo s’invola.

(Augenlicht, p. 80)

 

Con La carta delle arance – quarta opera di Pietro De Marchi – si conclude quello che il poeta definisce un «trittico realizzato “col tempo”» (101) che comprende le altre due raccolte poetiche Parabole smorzate (1999) e Replica (2006), entrambe pubblicate presso Casagrande.

Insignita del premio Gottfried Keller nel 2016, quest’ultima raccolta si legge come un inventario della materia prima del poeta costituito da un insieme di voci che formano contemporaneamente il fondamento e la forma della poesia stessa. Ne risulta una lettura e una scrittura dettagliata del mondo, che va espresso proprio per mantenerlo eternamente in vita e combatterne così l’essenza effimera che si cristallizza qui nel suo esito estremo: la morte. Morte che non solo è sofferenza ma che spazza via l’uomo dall’esistenza e dalla sua memoria. La letteratura permette allora non solo di dipingere la realtà della vita in ogni suo aspetto affrancandola così al presente, ma anche e soprattutto di lasciare una testimonianza personale – tramite la pluralità delle voci che contribuiscono al suo costituirsi – che ci salvi dall’oblio.

La voce di cui Pietro De Marchi vuole lasciar traccia è in realtà una voce composita: una moltitudine di testimonianze si susseguono arricchendosi l’un l’altra come a creare una catena creativa d’immagini, frutto di prospettive e modi di dire la vita diversi, che – tutta – dipinge il mondo nella sua stratificazione complessa. Sono le voci dei conoscenti, quelle di persone care, la voce dei ricordi, e più astrattamente la voce del mondo e concretamente quella della letteratura (tramite citazioni e rinvii più o meno espliciti) a formare questo inventario del poeta che diventa per estensione l’inventario di una vita.

La presenza di questi due inventari si riflette delicatamente nella struttura soggiacente alla raccolta organizzata secondo un doppio movimento: quello della crescita personale, umana, se vogliamo, che dà fondamento alla poesia, e quella letteraria, che ne nutre la forma. Se questa doppia dinamica è naturalmente ben intrecciata e difficilmente separabile, tramite l’organizzazione delle undici parti che costituiscono La carta delle arance si percepisce tuttavia questa doppia prospettiva.

Dopo una parte iniziale che sembra annunciare globalmente i temi che verranno poi approfonditi nelle varie sezioni – la guerra, la morte, la figura del padre, la prospettiva, i ricordi, la lingua, la scrittura come anche la possibilità di esprimervi la verità – e che sono, di fondo, ciò che costituiscono «la dolce vita che ad ognuno è una» come ben esprime il verso di Pascoli posto in apertura (7), la seconda parte è dedicata a quella che potremmo definire la crescita fisiologica. Si alternano poi due parti costituite alternativamente dalle voci impresse nella memoria e dalle voci della letteratura rese proprie sotto forma di Parafrasi, titolo della IV parte. Nel mezzo, un Momento di tregua che si legge come una rottura, un momento di passaggio che annuncia – seppur con dolcezza – un cambiamento di paradigma: dai ricordi che hanno dato il via alla poesia giustificandone parzialmente la necessità di fondo si passa ora al nutrimento della forma che si costituisce sì di materia puramente letteraria e musicale ma anche – più ampiamente – delle “citazioni” del mondo che parla tramite immagini di sé sfuggendo, talvolta, alle parole. Tutte queste altre voci formano così la memoria costitutiva del poeta che riprende, ispirandosi ai ritmi e alle forme usate da altri, le tematiche già presenti nella parte precedente significando così il ciclo continuo – a tratti in contrasto – che vede il mondo nutrirsi di poesia e viceversa.

È in questo alternarsi di ispirazione terrena e letteraria, prendendo in prestito ciò che di impressionante offre il mondo e ben dice la parola scritta o sentita, aulica o riconosciuta e non, di ricordi propri e di immagini altrui, che De Marchi ci conduce a La carta delle arance, poesia di chiusura, unica protagonista dell’ultima parte che dà il titolo all’intera opera e in cui si riaffermano le tematiche soggiacenti all’intera raccolta.

È forte infatti la tentazione di collegare l’ultimo poema con il verso di apertura di Pascoli che suggerisce un inno alla vita accompagnato contemporaneamente da una nota malinconica per l’inevitabile singolarità dell’esistenza. Perché se il destino generale dell’umanità porta ognuno di noi all’ineluttabilità della morte, scrivere è proprio ciò che permette al poeta di sfuggire a questo silenzio eterno perché libera è la lingua: così Lingue in transito: «Passano le frontiere / insieme alle persone, sono leggere / come l’aria, come il respiro / di chi le parla. Non pagano / né dazio né dogana, / e nessuno può chiuderle in gabbia, / gettarci sopra la calce o la sabbia» (55).

In «[…] quel sole di Sicilia / stampato sulla carta […]» (99) – la vita – protagonista de La carta delle arance si riconosce il simbolo di questa vita che sfugge ma che la poesia può far rinascere impedendo alla morte e alla sofferenza («[…] un pezzo di sole annerito, / un frammento di torre in fiamme», 99) d’interromperne il ciclo, cancellando il passaggio del poeta.

Opportunità del poeta è quella di cambiare, e far cambiare, prospettiva. Non è solo per vedere tutti i lati dell’esistenza – anche quelli pieni di gioia – che De Marchi non vuole affatto negare; è anche e soprattutto a livello metaforico che il poeta suggerisce un cambio di prospettiva che permetta di vedere il mondo diversamente, per poterlo dire e ricreare. È proprio quello che succede in Augenlicht, altro momento di transizione, in cui una concreta mancanza di lucidità nella visione permette proprio di vedere e esprimere la poeticità del mondo per farlo proprio, contribuendo così alla sua formazione e diventarne traccia costitutiva che – proprio per questo – non può essere cancellata.

Il tema della prospettiva era già preannunciato in apertura: «tutto dipende dal punto / dove si posa lo sguardo» (9); ed è proprio l’artista, il poeta nel nostro caso, che può scegliere cosa mettere in primo piano – «Questo vediamo, / perché c’è questo in primo piano. / Ma se aguzzi la vista, / qualcosa scorgi e ben altro intuisci» (9) – e De Marchi in primo piano mette la vita. Vita che, tuttavia, ha sempre la morte sullo sfondo e che va raccontata com’è, senza inganni. È infatti ciò che ci suggerisce Una rettifica, evento già evocato altrove ma qui ripreso proprio nel bisogno di dire il vero: «Questa la più veridica versione dei fatti, / questa la rettifica che gli dovevo» (12).

È con una poesia delicata, che si avvicina molto alla forma del racconto e a cui vengono alternati momenti di prosa, che De Marchi fa affiorare i temi citati. Malgrado la profondità delle questioni esistenziali, i versi rimangono discreti, a tratti leggeri e giocosi, soprattutto quando i ricordi sono quelli legati alla spensieratezza della gioventù. Più che nel carattere delle immagini, relativamente immediate, la forza di questa poesia risiede appunto nella sua potenza evocativa che riporta direttamente al ricordo, così come nel suo concatenamento creativo: ogni poesia conduce a un’altra creando un coerente seppur diversificato coro di voci.

Anche ne La carta delle arance è così confermata l’affermazione di Pietro De Marchi in una conversazione con Yari Bernasconi parsa su viceversaletteratura.ch a proposito di Repliche: «la tradizione letteraria è tutto: è ciò da cui si parte e ciò a cui si vorrebbe arrivare, nel senso che l’ambizione più onesta di chi scrive è di entrare a far parte della letteratura universale, fosse pure con una sola poesia o un solo verso memorabile». In quest’ultima raccolta la volontà non è solo quella di entrare a far parte della tradizione letteraria ma, più ampiamente, di lasciare la propria voce nel mondo.

Kurzkritik

È un inventario della materia prima del poeta quello che troviamo ne La carta delle arance di Pietro De Marchi: un insieme di voci che ne costituiscono contemporaneamente l’essenza e la forma. Le voci dei conoscenti, delle persone care, dei ricordi, le voci e le immagini offerte dal quotidiano e dalla letteratura permettono di dipingere il mondo tramite una poesia che a sua volta lo ricrea. Varie prospettive che s’intrecciano a voler dire la verità dell’esistenza, sguardi che colgono la vita e la raccontano, trasformandola. Proprio per evitare di soccombere al suo destino – la morte – la vita va scritta, e con lei tutti gli elementi – felici e dolorosi – che la compongono. Dire la vita diventa così un modo per non perderne traccia, permettendo di continuare a vivere a chi non c’è più e a chi ancora deve partire.

(Carlotta Jaquinta, «Viceversa Letteratura» n. 11, 2017)