Nessun messaggio nuovo

Dada Montarolo

La malattia terminale porta Alex, architetto quarantenne, a riflettere su tre situazioni irrisolte da tempo: per uno stupido tradimento ha perso la sua donna e non è mai riuscito a spiegarle il malessere della loro relazione; il suo migliore amico e collega è convinto di essere stato truffato da lui e si rifiuta di parlargli; il rapporto con il padre, conflittuale da sempre, si è deteriorato fino al punto di renderli estranei. Decide di affrontarle e sceglie la posta elettronica come unico mezzo di comunicazione, nessuno deve sapere che sta per morire. Le sue prime, brevi mail rimangono senza risposta. Ma Alex ha iniziato a sfidare i propri e altrui errori, ormai non può più fermarsi anche se il silenzio dei destinatari continua. Irritante all’inizio, via via si trasforma, diventa strumento per scavare nel passato e cercare di capire i meccanismi di tante incomprensioni. Alex trova così il coraggio di guardare le verità della sua vita e la forza per andare incontro alla paura, la vera avversaria da sconfiggere.

(presentazione del libro, Gabriele Capelli Editore)

Rezension

von Sebastiano Marvin

Publiziert am 25/05/2017

Stando al suo io narrante, Nessun messaggio nuovo è un «bilancio strampalato» (p. 121). Del resto, come reagire altrimenti, dopo l’annuncio terribile di una malattia incurabile, che ci colpisce senza preavviso?

Nelle prime pagine, ad Alex viene comunicato che gli restano sei mesi da vivere. E inizialmente, il protagonista del romanzo sembra analizzare con freddezza e calcolo la sua situazione, i sintomi della malattia, le informazioni dategli dai medici. Guarda il proprio corpo come guarderebbe una casa, lui che di professione è architetto e che è abituato ad analizzare la stabilità degli immobili in costruzione. Subito si rende però conto di voler riallacciare i rapporti con tre delle persone più importanti della sua vita ‒ l’ex coinquilino Giò, la sua ex Emi e il padre ‒ rapporti che negli ultimi anni si sono guastati, per non dire completamente lacerati. Si mette così a scrivere loro una lunga serie di email, le quali però non ricevono risposta: nella sua casella di posta elettronica, non c’è per l’appunto mai nessun messaggio nuovo.

Sono due, in particolare, gli aspetti che rendono interessante questo libro. Il primo, più evidente, è proprio il fatto che tutto il romanzo, ad eccezione di una sorta di prologo nelle prime pagine, sia formato dalle email che Alex spedisce agli altri tre personaggi del libro. Un romanzo epistolare, insomma, con la particolarità che la comunicazione è a senso unico. E in questo caso, il silenzio dei tre destinatari ha tutta l’aria di essere esattamente la risposta che essi vogliono dare.

Se di primo acchito si ha infatti l’impressione che il protagonista del romanzo voglia genuinamente ricostruire il suo rapporto con le altre tre persone, ben presto si capisce che l’operazione è decisamente diversa. O perlomeno, che una volontà lodevole e genuina non sia supportata da strumenti relazionali adeguati. E il secondo aspetto interessante del libro risiede proprio qui, nel suo narratore e nel suo modo di raccontare e gestire la situazione che si trova suo malgrado a vivere. Da una parte Alex supplica infatti attenzione, ma dall’altra, con il suo modo di porsi nelle email che scrive, è lo stesso Alex a chiedere implicitamente di non interessarsi a lui, di lasciarlo perdere:

Sai perché ti scrivo? Per romperti le palle, per fare in modo che quando apri la posta sul computer ti innervosisca, per disturbarti mentre ammucchi denaro con l’accanimento ossessivo di un faraone convinto della propria immortalità. (p. 21)

Oltretutto, si tratta di un narratore che appare vieppiù inattendibile, a tal punto la narrazione è centrata su di lui e sul suo punto di vista. Gli altri, i destinatari delle email ‒ e forse con loro anche il lettore ‒ appaiono più come capri espiatori e valvole di sfogo della sua frustrazione, che non come possibili ancore di salvezza o destinatari di una testimonianza che, per quanto terribile, non può essere taciuta. Anzi, per Alex è primordiale non riferire loro della sua malattia.

Forse misogino ‒ «Me le vedo, sai?, accorrere disordinate come galline in fregola» (p. 27) ‒ forse transofobo ‒ «Ti limitavi a lanciarmi occhiate di sfuggita, con l’aria disgustata di chi è costretto a condividere lo stesso bracciolo durante un volo diretto Milano-Rio con un transessuale dichiarato» (p. 37) ‒ sicuramente rancoroso, per dei motivi che non esplicita mai veramente, tanto che diventa a tratti difficile non vederlo come lo stereotipo dei lati peggiori di una certa idea di virilità ‒ quella che vede l’uomo, semplicemente in quanto maschio, come il titolare di determinati diritti e privilegi sugli altri e che vede come una minaccia qualsiasi cosa che possa mettere in dubbio la sua forza, la sua potenza sessuale o persino la sua supposta invulnerabilità ‒ Alex non accetta che Emi, Giò e il padre abbiano deciso di rompere ogni rapporto con lui. Del resto, fra le pagine del libro, s’intravede a fatica un tentativo peraltro non riuscito di rimessa in discussione di sé, di pentimento, o anche solo la volontà di mettersi alle spalle quanto successo fra lui e gli altri personaggi. Ma ciò che è ancora più significativo della sua personalità, è il fatto che Alex non racconta mai esplicitamente cosa lo tormenta: in quello che scrive si percepisce il suo tormento, ma non ciò che l’ha causato né la sua origine. È quindi difficile ‒ se non volutamente reso impossibile dall’autrice ‒ mettersi nei suoi panni, capire fino in fondo la situazione che sta vivendo.

Il risultato è allo stesso tempo il più grande pregio e il più grande limite di Nessun messaggio nuovo. Perché se da una parte un personaggio di questo tipo può rivelarsi molto interessante ‒ da un punto di vista letterario come umano e psicologico ‒ dall’altra, invece di coinvolgere il lettore, lo invita a starsene fuori, esattamente come tende inevitabilmente a fare con i destinatari delle sue email.

C’è però un altro limite, di questo romanzo, più difficile da giustificare: il suo continuare a promettere, senza quasi mai mantenere. Nasconde e lascia intendere, ma in un modo talmente ossessivo da parte del narratore, che finisce per svelare sempre troppo poco per poter suscitare vera curiosità nel lettore; una curiosità che, d’altronde, raramente verrebbe saziata. Alla difficoltà di provare attaccamento per i personaggi, si aggiunge quindi la sensazione di non venire mai soddisfatti a livello puramente narrativo. Certo, anche in questo caso lo si può vedere come parte della grande coerenza del narratore, che fino alla fine rimane fedele a se stesso. Ma appare soprattutto come un’occasione persa.

Al di là del personaggio di Alex e della sua vicenda personale, il tema della morte e di come ci apprestiamo ad affrontarla quando viene il momento, infatti, è un tema interessante e attuale. Ma nonostante le premesse, il libro si presenta, per lunghi tratti, unicamente come un patetico regolamento di conti. Mentre le riflessioni sulla morte rientrano raramente in linea di conto: «Non servono a nessuno, è ovvio. Solo a se stessi.» (p. 117), scrive  Alex come a giustificare la sua decisione di non condividere le proprie né con gli altri tre personaggi né con il lettore.

E allora, la netta impressione che si ha dopo aver letto Nessun messaggio nuovo è quella di essere stati il topo, con cui il gatto Alex si è divertito a giocare, lasciandoci andare solo all’ultima pagina.