Com’è trascorsa la notte

Filippo Tuena

Una notte trepida e incantata, interminabile, una notte animata da fate e folletti, da innamorati resi ciechi dai volubili capricci della passione, da attori che sfuggono al loro copione. È il Sogno di una notte di mezza estate, che Filippo Tuena rievoca esplorandone le profondità più nascoste, impadronendosi del testo shakespeariano e lasciandosene possedere, per dare vita a un romanzo che è, insieme, un atto d'amore nei confronti della letteratura.

(dalla presentazione del libro)

Rezension

von Laura Di Corcia

Publiziert am 27/06/2017

«Ma io so che questa è la storia che dovrò recitare domani e dopodomani e dopodomani ancora, perché non si esaurisce questa notte, perché questa è la storia degli innamorati nel bosco e dunque proseguirà all’infinito. Questa è la storia degli intricati sentieri che conducono alla radura dove ci si incontra; gli amanti con le amanti, i desideri con le opportunità».

È un gioco di scatole cinesi, di incastri, il nuovo romanzo dell’autore italo-svizzero Filippo Tuena, che in Com’è trascorsa la notte mette in atto un’interessante operazione di riscrittura del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare: commedia dai toni agrodolci, a tratti inquietante, sicuramente misteriosa.

Se è vero che lì, come già notava il da poco compianto Girard nel denso e importante volume Shakespeare. Il teatro dell’invidia, ad essere messa in scena è in fondo la natura mimetica e mai solitaria del desiderio – che nasce a partire da quello altrui e devia su un oggetto la complessa dinamica di proiezioni identitarie venutasi a creare fra due soggetti – è anche vero che nel buio fitto di quel bosco succedono cose stranianti, slittamenti improvvisi. Accade nel bosco dell’inconscio che il perimetro del controllo, l’area che pareva certa del “chi sono”, improvvisamente si sbricioli e lasci spazio ad altre parti di sé, meno conosciute, mostrando che ci abita sempre altro da quel che pensiamo. In questo senso dietro Puck, il delizioso e dispettoso folletto che crea gli equivoci, e fa innamorare questo di quella che prima manco guardava, quella di quell’altro che non aveva mai preso in considerazione, si nasconde probabilmente Pan, il Dio greco del caos e della coesione di tutte le cose, il dionisiaco che irrompe nel rigore dell’apollineo per mostrare la verità che non sta mai tutta da una parte, ma sempre è irrorata di luci nuove e inedite, di ombre melliflue, di aspetti che avremmo preferito tenere chiusi in un cassetto.

Tuena restituisce questo senso di straniamento che i personaggi provano nel momento in cui osano entrare nel bosco con una scrittura agile e ad incastri, che dà voce a tutti loro e al contempo agli attori che li mettono in scena, in un susseguirsi di monologhi dove si fa luce sempre di più il fatto che la verità dell’amore, come l’aletheia greca, è impastata di ombre, perché di ombre e di enigmi è impastata la verità dell’essere umano. Abbondano, in questa commedia restituita ai lettori, i punti di domanda, gli interrogativi: perché, si chiedono un attore e un’attrice che si guardano da lontano, perché non riusciamo a confidarci i nostri sentimenti? Perché l’astio viene più facile dell’amore? E che cos’è, l’innamoramento? Come mai tende a spegnersi, a trasformarsi in abitudine? Ed è proprio vero, questo?

Non mancano, nel testo, zone di approfondimento sulla storia del testo stessa, messe in bocca a colui che nel testo è identificato come «L’attore che dovrebbe interpretare Filostrato», un ruolo esiguo nel Sogno, e che invece nel romanzo di Tuena prende spazio e diventa una delle voci più interessanti, perché per il suo tramite si capisce il contesto storico, si approfondiscono alcuni aspetti della commedia shakespeariana, per esempio la portata psichica di quello che avviene fra gli alberi del bosco, in mezzo agli elfi e alle ninfette, ma non solo: Filostrato collega questa pièce a quelle che le susseguono cronologicamente, Romeo e Giulietta e Amleto, dipingendole quasi come un trittico sul tema dell’amore, che spiega quale sia il destino delle coppie del Sogno una volta ristabilito l’ordine, dopo i matrimoni. Siamo a teatro, ci sono gli spettatori: ma quello che accade in scena è sfibrato e ineffabile come la materia narrata da Shakespeare.

A fine lettura sono molte le cose che non si sono pienamente capite, molto è sfuggito: Tuena dipinge un mondo che mentre nasce già si dissolve, quello delle pulsioni e dei desideri più ineffabili. In questo risiede la forza di questa scrittura, che accoglie anche i dati fenomenologici depotenziati, composti da una materia che è molto vicina alla non materia; non limitandosi ad accoglierli, li accerchia, li abbraccia, in modo che emerga tutta la loro incertezza. «Siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni» significa quindi che slittiamo in un campo aperto di possibilità, dove le identità sono composti gelatinosi che fluttuano.