Recensione e quattro domande ad Aurelio Buletti

von Yari Bernasconi

Publiziert am 30/11/2005

Con la raccolta E la fragile vita sta nel crocchio, Aurelio Buletti avanza coerentemente lungo il percorso inaugurato più di trent'anni fa, quando a Lugano usciva il suo Riva del sole. Quest'ultimo tassello di un'opera fin qui equilibratissima, segna, se non altro, un'ulteriore affermazione della poetica bulettiana: l'identità dei versi si rafforza attraverso l'umile e volatile comunicazione letteraria, dove il poeta deve prima di tutto [...] salvare l'enigma / non farsi di certezza servitore (Rima insistita, in Vecchio vizio di scrivere in estratto, p. 15). Ma E la fragile vita sta nel crocchio è anche un'occasione per osservare dall'interno la maturità di Buletti, che con mano sicura intensifica i suoi versi attorno ad alcuni nuclei tematici (così si spiega anche la divisione interna della raccolta in quattro volumetti: Non ciascuno stupore è senza voce, Pur nel modesto chiaro dell'esistere, La scontrosa incostanza della gioia e Vecchio vizio di scrivere in estratto), tra cui certamente spiccano la questione del tempo e della sua ciclicità (E così sia, notte: non passare in un amen, / ma concediti ampia a chi ti ama / e in te cerca ristoro, / cerca più lieto / mattino.), la Poesia e la sua scrittura (Fa una certa fatica a combinare / il poeta minore / le sue quattro parole da cartiglia: / sono poche e ribelli / e sentono il richiamo del ronzio / dei discorsi operosi.), Dio (Signore Dio, ci faccia sapere / se il suo azzurro piede / calca piste e sentieri / o se sempre si appoggia allo sgabello / del sacro trono. / Se lei indaga ancora volentieri / o se sta fisso.), la vita e la morte (Mi dicevi: ne muoiono a migliaia, / ma ciascuno per sé, ingiustamente. / Ogni giorno, ogni dove, / ma più in certe parti. / Ti chiedo: anche di sabato, / quando pare la vita indispensabile / e pure una vacanza da se stessa? / Sì, certo, anche di sabato. Incredibile.). E sempre dall'interno si può ammirare con quale sicurezza Buletti valorizzi quello che probabilmente è il carattere centrale della sua poesia, vale a dire la grande e continua contraddizione fra la materia e la forma, fra la leggerezza e la pesantezza. Pier Vincenzo Mengaldo in questo paradosso ha visto la "lacerazione fra cultura e vita e società"; io, personalmente, preferisco vederci una ricorrente speranza, cantata nel primo Riva del sole, dove [...] nell'orto incolto / il vecchio trova / l'odorosa erba salvia, e giunta oggi nell'ultima luminosissima raccolta:

Non ciascuno stupore è senza voce
e così ti parlai.


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E la fragile vita sta nel crocchio (con la dicitura Poesie brevi 2000-2004) è il titolo della sua ultima raccolta di poesie, un cofanetto che si divide in quattro libelli: Non ciascuno stupore è senza voce, Pur nel modesto chiaro dell'esistere, La scontrosa incostanza della gioia e Vecchio vizio di scrivere in estratto. Come mai ha scelto di presentare la raccolta in questo modo? I volumetti, vista l'assenza di elementi espliciti, sono interscambiabili fra loro?

Il punto di partenza è stato di natura pratica: da Vals (Mauro Valsangiacomo) ho saputo che stampare le poesie brevi in quattro volumetti veniva a costare meno che stamparle in un unico volume (si evitava di dover procedere alla rilegatura). Su questo punto di partenza sia Vals che io abbiamo cercato di ottenere un risultato interessante: io ho diviso le poesie per "argomenti principali", Vals ha fatto i disegni, cinque, quattro per i volumetti e uno per il contenitore; ha anche studiato e ideato il contenitore, che aveva già sperimentato con l'antologia dei giovani poeti (un numero precedente della collana quadra) ma che ha qui modificato.
L'ordine dei volumetti del contenitore è a scelta. Io ho preso quello che mi è arrivato dalla tipografia, ma non è l'unico possibile; probabilmente non c'è nemmeno un ordine che vada meglio di un altro.

Quali sono i temi (lei stesso ha parlato di una divisione in "argomenti principali") che più si sviluppano all'interno della sua raccolta? Che genere di rapporto intercorre fra un'esperienza vissuta -l'occasione- e i suoi temi prediletti (particolarmente aneddotico, per esempio, mi è parso il volumetto Non ciascuno stupore è senza voce)?

I temi più facili da indentificare sono quelli di Non ciascuno stupore è senza voce, che raccoglie poesie scritte per Gio (Gio sta per Giovanna) e che è, anche, in un certo senso, la continuazione della prima parte del precedente libro del 2002 (Segmenti di una lode più grande) e diVecchio vizio di scrivere in estratto che raccoglie le poesie che si potrebbero dire sullo scrivere e in particolare sullo scrivere poesia (nella seconda parte dei Segmenti si trovano diverse altre poesie sul tema). Per quel che riguarda La scontrosa incostanza della gioia vi si parla di Dio, di amore, di grazia, di armonia e di altre simili inquietudini. Pur nel modesto chiaro dell'esistere cerca di seguire il tempo che si srotola nei giorni e nelle stagioni. Su quale rapporto vi sia fra le esperienze vissute e i temi prediletti non so bene cosa dire: del resto, in generale, non ho le idee molto chiare su quello che ho scritto e su quello che scrivo, non sono nemmeno un "poeta dotto" capace di dare spiegazioni chiare e convincenti. Penso, forse, che dalle esperienze vissute si ricavino i temi prediletti e che poi i temi prediletti orientino in una certa misura (fanno anche loro quello che possono) le esperienze.

Spesso e volentieri le sue poesie meditano sul poetare, sulla scrittura (si pensi, appunto, a Vecchio vizio di scrivere in estratto): perché? Di questi versi, è più importante il ruolo metaletterario o l'intrinseco valore autoriflessivo (se non autocritico)?

Occorre ricordare che le poesie si scrivono in buona parte da sole. Ecco: da diversi anni mi è capitato di scrivere poesie sullo scrivere e questa volta ho avuto la soddisfazione di metterne alcune in un unico fascicolo, una delle quattro parti di questa raccolta. Non so rispondere alla seconda parte della sua domanda.

Per concludere, vorrei un suo commento a due considerazioni contrapposte e volutamente provocatorie: la prima, maligna e superficiale, è quella secondo cui Aurelio Buletti è un poeta piuttosto immobile, che non si evolve e non osa; la seconda, invece, molto più fondata della prima, è quella secondo cui l'ottimo poeta Buletti meriterebbe d'essere apprezzato più di quanto non sia, specialmente in Italia.

Non è lei il primo a farmi notare una certa immobilità di scrittura. È un problema, quello della sperimentazione e del mutamento, che non mi sono ancora posto e che, al momento, non mi interessa. Potrebbe anche trattarsi di un disinteresse da difesa personale: intuisco che non posso che scrivere così e dunque non mi pongo il problema del cambiamento. Per quanto riguarda l'apprezzamento degli altri e la notorietà, sono incerto su ciò che potrei dirle. Mi fa piacere se qualcuno mi dice di avere letto le sue poesie o se qualcuno si interessa ad esse come studioso, come sta per esempio facendo lei qui. Forse potrebbe farmi piacere un riconoscimento maggiore, ma non mi pare di essere roso dal suo desiderio. Anche la posizione di "celebre poeta sconosciuto" (è una citazione da Saroyan) è piacevole. Forse scrivere poesia è anche una specie di malattia e non mi pare molto bello far conoscere a troppe persone i propri malanni, le proprie magagne. Anche in questo caso potrebbe entrare in gioco la difesa personale: siccome temo di non meritare un maggiore successo, mi atteggio a disinteressato alla fama. (Come la volpe che irrideva i galli rossi perché non riusciva a prenderne uno). Potrebbe essere anche così, non so, non ho molta voglia di risolvere il problema.

Presseschau (Auswahl)

Aurelio Buletti ci ha abituati da tempo a una poesia fondata sull'arguzia e la leggerezza espressiva. La conferma viene ora dal cofanetto E la fragile vita sta nel crocchio (ed. alla chiara fonte, 2005), che racchiude quattro libretti di componimenti brevi scritti nel primo lustro del millennio. Ognuno di essi sviluppa un particolare tema (la parola, la gioia, lo stupore, ecc.), insieme formano un organismo dove l'immaginario dell'autore è documentato sotto diverse angolazioni. Ma non è solo la forma breve (lo “scrivere in estratto”) a collegare le parti. C'è un intento di fondo, diciamo una sorta di ritegno, tra autoironico e scetticamente divertito, che consente a Buletti di interpretare da una sponda all'altra il ruolo del “poeta minore” e con scarse risorse (“So invece appena appena forse scriverti/ parole”) .
Un poeta che si paragona a uno “storto larice” o sospira “in premio un mirtillo d'argento”. Grazie a questa maschera autoriduttiva (essa non celerà per caso un garbato pungiglione nei confronti dei 'fratelli maggiori'?), Buletti può percorrere senza (apparenti) rischi un territorio tematico per niente minore o umbratile. Al contrario. L'amore, la vita, il cosmo stesso vi passano con passi felpati, e l'io, che ama spesso personificare gli Enti, saluta questi grandi attori con studiata noncuranza, tradita solo dalla schiettezza lirica e da una sottigliezza concettuale che non può a lungo andare non tradursi in epigramma o aforisma. Un aforisma è ad esempio il distico “Il poeta non snobba la realtà,/ anzi cerca di dirne le apparenze” , con quell'immissione sorniona dell'avverbio “anzi”. L'aguteza e un'ironia sottilmente metafisica, quasi distillata a consolazione del vivere, compongono le tessiture maggiori, ma nella 'tetralogia' tascabile di Buletti c'è posto per quadretti semplicemente gioiosi, appena percorsi da un filo di malinconia. È la parentesi rasserenante dell'idillio, animato talvolta dalla voce cristallina della donna, è soprattutto il momento in cui la parola dimostra, nonostante tutto, di sapere ancora invocare la bellezza. (Gilberto Isella, Giornale del Popolo, ottobre 2005)