Rezension

von Yari Bernasconi

Publiziert am 13/10/2006

Ci si potrebbe facilmente lasciare avvolgere dalla nostalgia nello scrivere dell'ultima, testamentaria opera di Angelo Casè, che, poco prima di morire (il 10 marzo del 2005, all'età di 68 anni), aveva deciso di lasciare sulla sua scrivania - un po' come nei film che non si riguardano - un fascicolo con il materiale pronto alla stampa: "il dattiloscritto delle sue poesie, completo di glossarietto, [...] e le note critiche", indica l'editore in una nota. Il libro, che comprende le poesie scritte tra il 1986 e il 1997, è stato pubblicato l'anno scorso da Giampiero Casagrande, ed è intitolato Taedium vitae.
"Taedium vitae": indifferenza e insofferenza verso i problemi dell'esistenza propria e altrui; accentuato pessimismo che allude a disgusto del vivere, rafforzando uno sconforto morale, un crollo psicologico, ai quali è difficile reagire", spiega Casè nel Glossarietto. Le quasi 300 pagine della raccolta, però, non sembrano specchiarsi in questa definizione, e anzi: il vigore e l'insistenza dei versi sembrano proiettare la locuzione latina in una sua versione parallela che arriverei a definire ad hoc. Prendiamo l'ultimissimo componimento, Sarà giocoforza, in un certo senso quello dell'addio:

Del gelo tormentoso s'è stancato il calicanto - fiorito
d'incanto, nell'orto è un totem antico. Un'ardua
menzogna ci tocca inventare per sfuggire alle ambigue
angherie: l'età non perdona. Presto / tardi, sarà giocoforza
svelarci l'inganno, se tra i rami un oriolo
il nascondiglio ad amaca ci rivela col canto
insistito. Col senno di poi, arbor sancta ciascuno
si sente, nato / morto per donare i misteri dei grani
al rosario. E se lo sconcerto ricusa l'esiguo
gorgheggio, incontroversa l'opzione finale rispicci tra noi.

Puntualissime le parole di Gilberto Isella (sua la bella Introduzione), che sottolinea come Casè, della nozione di "taedium vitae", "insegue piuttosto le radici nascoste, la investiga e personalizza a dovere, temprandola nel fuoco di un "esame di coscienza" che sarà ora, per forza di cose, inesorabile e definitivo".
La raccolta, introdotta da quattro vecchi brani "salvati" (è la breve sezione Recuperi, 1965-1987), è strutturata in un Preludio (diviso nelle sezioni Fuori tiro, 1986-1987 e A ritroso, 1988-1991), un Interludio (che consiste nel "diario/canzoniere" Dalla clinica, 16.XII.1994-14.I.1995) e un Postludio (Sul discrimine, 1995-1996 e il conclusivo Dies irae, 1997, primavera), un modo per evidenziare una precisa macrotestualità (in questo caso d'ambito musicale) e, quindi, per suggerire una lettura continua, corale, da considerarsi non solo passo dopo passo, ma anche - e forse soprattutto - nel suo insieme.
Non per niente, se dovessi indicare un pregio della poesia di Casè, penserei alla coerenza della sua opera, alla coesione, alla continuità di un discorso piano, perseguito a testa bassa. Anche se, da un altro punto di vista, questa caratteristica tradisce alcuni problemi. Pier Vincenzo Mengaldo, per esempio, ha giustamente parlato della "sensazione, che il lettore ha, di un'affannosa serialità in cui ogni testo corregge il precedente e quasi vi si monta sopra; e di una lingua mai rifinita e definitiva, né mai autonoma ma piuttosto strumentale", aggiungendo: "Qui consistono il limite ma anche il fascino di questo poeta". E riflettendo sull'opera di Casè, questa bipolarità mi pare sintomatica, per nulla casuale. Si pensi a uno dei tratti caratteristici della sua poesia: la metrica. Non c'è stato critico o recensore, che, distrattamente o puntigliosamente, non si sia soffermato sulla metrica del locarnese, sulla sua incredibile libertà, dove l'incalzante - e talvolta violenta - discorsività implode in versi che, non riuscendo a reggere la pressione, si sfilacciano in ritmi selvaggi e dimensioni che spingono a inarcature inimmaginabili (come in Osando non osando, da Dalla clinica):

S'è ammansito il male creduto feroce, terminale. In confidenza
nell'animo mai s'è annegata l'aspra menzogna, mai sfocato
s'è l'asperrimo dubbio. Appena l'abbaglio si spegne
del sole, rapido dal terrazzo s'invola l'uccello
canterino, altrove cercando un provvido
riparo, la pastura preferita - il viso pure tu nella penombra
ripari, reticente, corrucciato: ogni frase si spegne,
in te che, osando / non osando, da chissà
quale cruccio, fraternamente, vorresti rincuorare l'infermiera.

E dove, puntualmente, per via dei lunghi, lunghissimi versi, compare il nome di Cesare Pavese. Anche in questo caso, però, occorre tracciare le giuste divisioni, mostrare entrambe le facce della medaglia: i versi del ticinese, infatti, "non hanno la regolarità ritmica di questi [i versi pavesiani], né contengono in sé misure tradizionali [...]: il verso lungo è lasciato alla sua deriva e non mima un respiro regolare, meno che mai un "canto", ma una discorsività che Luzi ha definito "fitta e anelante" e che si trova via via i suoi diversi cunicoli" (Mengaldo); nella poesia di Casè, "il modello di Pavese, quello ben inteso di Lavorare stanca, subisce le più inaspettate scosse" (Giorgio Orelli). Ha ragione Isella:"Vi si oggettiva il rifiuto di un lirismo intessuto di brevi illuminazioni nominali alternate a spazi bianchi (nel solco di Ungaretti e di molta produzione primonovecentesca), a vantaggio della discorsività piena, che per Casè è il fine da perseguire all'interno dello spazio poetico: vale a dire l'evento descritto nel suo incessante, reale o ipotetico costituirsi, nella sua temporalità". Da cui la "deriva" del verso di cui diceva Mengaldo.
Ecco che, allora, chiuso Taedium vitae, è forse naturale il sentimento contrastante, quel sentirsi combattuti o colpevoli d'eccessiva perentorietà per aver riordinato ancora una volta la poesia di Casè in due cassetti ben distinti: da una parte, i versi che, "nei componimenti migliori, appaiono giusti e sicuri come i rami di un albero" (Orelli); dall'altra, delle misure ansimanti che paiono piuttosto una poesia sfuggita chissà come alla prosa.

Presseschau (Auswahl)

[...] Se nella parte iniziale si riscontrano squarci di poesia civile o d'impegno ecologico, un po' nella scia della produzione anteriore, man mano che ci si addentra nell'opera è la dimensione esistenziale e introspettiva a prevalere. Il titolo latino è solenne, come si addice a un'opera testamentaria. L'aura di questa solemnitas si estenderà poi a una manciata di citazioni tratte dalle Scritture e disseminate un po' ovunque, quasi a ribadire un patto originario con la morte e con quella lingua che per eccellenza le conferisce sacralità: il latino, appunto. Ma indubbiamente anche a sottolineare il legame antropologico con il cristianesimo, legame che si esprime al meglio, come è naturale, nel registro escatologico e funerario. Significativo ad esempio il titolo dell'ultima sezione, Dies irae, dove il "sussulto finale" e l'ombra "impietosa" della morte incombono su una solitudine senza rimedio. [...] Associando vita a tedio il titolo mette tacitamente l'accento su una condizione che già di per sé si proietta oltre il vivere, chiamando in causa il radicamento della morte dentro le fibre più tenaci della vita, l'heideggeriano Sein zum Tode. E sùbito alla mente ci viene il nome di Leopardi. Proprio perché Leopardi aveva tolto ogni patina di banalità alla consunta formula classica, riscoprendo in tutta la sua ampiezza semantica il concetto di "noia", accomunandolo a quello di nulla, ma rendendolo altresì partecipe dello spirito della modernità e dei suoi contrassegni più salienti, come la crisi del senso, il dubbio metafisico, i dilemmi che si generano a catena senza speranza di soluzione. Anche il mondo di Casè sottintende quesiti ontologici ed esistenziali di tale natura. Quesiti che potranno al limite sfociare in "precarie certezze", come suona il titolo di una sua importante raccolta. E dove il latente ossimoro dovrà valere anche in relazione al senso del morire. Poiché se la morte è certa in quanto evento, incerto e precario rimarrà sempre il suo significato. [...] La compattezza tematica della raccolta trova una perfetta omologia al livello stilistico e formale. Si tratta di ben 257 componimenti, tutti monostrofici e svolti su ampie tessiture sintattiche, caratterizzati dall'uso del verso libero lungo, coerentemente con un'opzione metrica fatta propria fin dalle prime prove e mai messa in causa. A cosa attribuire questa lunga fedeltà? Penso che il verso lungo, in Casè, abbia sempre agito da freno contro gli eccessi del lirismo, sia nelle forme della rarefazione verbale di ascendenza ungarettiana, sia in quelle dell'immaginismo concettoso caro a un certo ermetismo. È stata una scelta d'orizzontalità, e dunque di discorsività, fin dai Sessanta, anni in cui la poesia italiana si dibatteva tra lo sperimentalismo delle neoavanguardie e il recupero di una colloquialità prosastica. Sorprende, in Taedium Vitae e nei lavori precedenti, la forte tensione dialettica tra lingua e realtà. I dati realistici di partenza, ben visibili, sono presto attratti da un vortice sontuoso di metafore e similitudini, fino a trasfigurarsi entro scenari a loro volta in continua evoluzione. (Gilberto Isella, Giornale del Popolo, 29.10.2005)