Una goccia di splendore

Fabio Pusterla

In anni in cui la figura dell’insegnante sembra aver perso di prestigio e credibilità, Fabio Pusterla – professore di liceo oltre che poeta tra i più noti della sua generazione – ha scelto di raccontare questo mestiere ricominciando dal basso, dal quotidiano, dal rapporto diretto con la classe e con il singolo adolescente. Tra racconto, meditazione e pamphlet, questo piccolo libro si propone di offrire alcuni appigli per non smarrire il senso di un'istituzione che, nonostante le sue difficoltà, costituisce un bene comune irrinunciabile ed è ancora capace di produrre quelle gocce di splendore di cui parlava Fabrizio De André in una sua celebre canzone.

(Quarta di copertina)

Rezension

von Elena Jurissevich

Publiziert am 11/12/2008

Trentotto interventi firmati da Fabio Pusterla sul settimanale “Azione” dal 2006 e ora riuniti da Casagrande in un libro per convincere il pubblico a «mantenere acceso il fuoco del dibattito, calda la cenere delle idee: la scuola ha bisogno di questo, per non morire di inedia» (così le ultime righe dell'ultimissimo articolo). Una sfida aperta, dunque, che l'autore lancia con il cuore e con la mente all'opinione pubblica, quasi la «convocazione degli Stati generali della formazione» che - partendo da una «giusta, severa critica, ma anche da un profondo affetto» - difendano, custodiscano e potenzino questo nostro «bene comune» e coinvolgano ogni ordine scolastico, dalla scuola dell'obbligo alla scuola post-obbligatoria.

Un titolo esigente, un titolo in cui riluce un'immagine del poeta Álvaro Mutis, ripresa da Fabrizio De André nella canzone conclusiva del suo ultimo album, Anime salve (1996). Contro la maggioranza che in terra fa e domina, la Smisurata preghiera del cantautore genovese invoca il Signore come unico soggetto che possa ricordare «chi viaggia in direzione ostinata e contraria / [...] / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità di verità», come l'unico suscettibile di «non dimenticare il loro volto / che dopo tanto sbandare / è appena giusto che la fortuna li aiuti / come una svista / come un'anomalia / come una distrazione / come un dovere». Fabio Pusterla invoca la società perché la scuola offra più spesso ai ragazzi e agli insegnanti istanti di verità, dove ascolto e umana empatia si sorreggano reciprocamente.

Un titolo al tempo stesso concessivo, in precario equilibrio su quell'ultimo ripensamento, su quel «nonostante tutto». Sì: oggi, in Ticino - il discorso sarebbe però senz'altro analogo in ogni altro cantone svizzero -, un insegnante di lingua e letteratura italiana del calibro di Fabio Pusterla è costretto addirittura ad argomentare la legittimità di aprire una discussione sulla scuola. Sembrerebbe andare da sé che la scuola rappresenti l'unico mezzo onesto «di crescita e di salvezza» che si offra a un giovane per superare i limiti socio-economici e le difficoltà familiari. Eppure no, la scuola pubblica, figlia dell'Illuminismo e diffusa in Svizzera da quasi due secoli, la scuola cui la Costituzione federale devolve il compito di “istruire” «i fanciulli e gli adolescenti», di aiutarli «nel loro sviluppo, cosicché diventino persone indipendenti e socialmente responsabili» e di sostenerli «nella loro integrazione sociale, culturale e politica» (dall'articolo 41 della Costituzione federale), quella stessa istituzione può non essere più una “goccia di splendore” nella vita degli allievi. Essa è anzi in pericolo e domanda che la si difenda proprio dalla solitudine, dall'apatia in cui troppo spesso la società l'abbandona ignorandola o, al meglio, infliggendole giudizi perentori e pregiudizi senza appello.

Il fronte contro cui Fabio Pusterla ha cercato di fondare la legittimità della sua rubrica scolastica è dunque assai ampio, si estende da chi riduce la scuola «a un'agenzia formativa, a una dispensatrice di diplomi e di parole d'ordine verso un futuro professionale ben definito e possibilmente ben remunerato», a «chi della scuola vede solo l'utilità materiale, l'istruzione tecnica, gli obbiettivi e la disciplina». Questi sono tutti ruoli indossati dalla scuola, ma la scuola ha una meta più alta, essere «fondamento di felicità», divenire il luogo dove «liberare il vento», cioè la «curiosità intellettuale» e «lo spirito critico che dia a ciascun individuo la possibilità di capire il mondo, e di provare a modificarlo».

La lettura a scaglioni di questi 38 contributi suscitava forse un'impressione diversa da quella che si ha ora, leggendoli d'un tratto raccolti in un volume. Gli articoli non vogliono o non riescono a contenere l'accorata preoccupazione dell'autore per il presente e il futuro della scuola. E non possono contenere neppure la sua fiducia verso ogni cittadino che, impegnandosi nelle discussioni politiche e agendo quotidianamente in famiglia, potrà dare alla scuola pubblica un nuovo orizzonte e una nuova speranza. La scuola odierna non è altro che il prodotto della società e dunque il riflesso dei valori che noi stessi andiamo perdendo, come l'appartenenza a una comunità che richiede doveri e dà diritti che oltrepassano abbondantemente il consumismo, l'individualismo, l'uniformità e la riduzione della coscienza critica indotta dai mass media . Secondo le parole dell'insegnante francese di filosofia Michel Smadja, citate dall'autore, «diventare un cittadino» e «un essere umano [...] vuol dire cessare di agire solo per il proprio interesse», «elevarsi al di sopra dell'immediatezza e del facile soddisfacimento di ogni pulsione». Ogni genitore e ogni adulto è chiamato a prendere su di sé questo ruolo di educatore collaborando con la scuola, senza scaricarle con leggerezza questo incarico.

In questo contesto, il problema della lettura occupa uno spazio particolare. La pratica della lettura dà accesso al linguaggio verbale allo stesso modo che la matematica apre alla mente il linguaggio algebrico. Eppure, spesso i ragazzi pretendono di odiare la lettura e di essere negati per la matematica, rinnegando paradossalmente proprio quegli strumenti che avvicinano l'uomo «alla radice stessa dell'essere». «Lettore entusiasta», Fabio Pusterla ha sperimentato la lettura come via verso la libertà, la crescita e l'autonomia. Per questo, propone la lettura come vero e proprio «atto di ribellione» all'apparente facilità di una vita senza scopi veri, mete profonde, umane, ideali. Sì, proprio quella lettura sospettata sotto sotto di essere, anche da tanti genitori, «un'attività improduttiva» o troppo «meditativa» per occupare realmente una serata o una discussione alla tavola famigliare, la lettura deve entrare nella vita di ogni ragazzo come forza «potenzialmente sovversiva», come medium verso una «materia eterna».

Auguriamoci dunque che gli interventi assemblati in questo libro agitino le coscienze sociali e politiche della Svizzera di lingua italiana e che il dibattito auspicato nasca e goda della legittimità che gli spetta. Speriamo soprattutto che la scuola ne esca rinforzata non solo in quanto responsabile dell'istruzione e dell'integrazione di ogni giovane, ma anche in quanto depositaria di verità e di umanità.