La prossima settimana, forse

Alberto Nessi

Dalla povertà di una valle ticinese a un laboratorio di orologiai nella Svizzera francese alla storica libreria Bertrand di Lisbona. Dalle fantasie infantili suscitate dal santo raffigurato in una chiesetta di paese alla scoperta del socialismo, in un periodo, agli albori del movimento operaio, in cui già solo pensare di avere dei diritti era una forma di rivoluzione, motivo di speranza e anche di meraviglia. Soprattutto per uno come José Fontana, sceso dalle montagne elvetiche al mare dei descobridores, diventato operaio e infine libraio e intellettuale militante in una grande città europea, amico del poeta Antero de Quental, collaboratore di riviste e giornali. La parabola esistenziale e ideologica di Fontana è narrata da Alberto Nessi in un romanzo profondamente umano, che, inoltrandosi in un Ottocento travagliato dalla questione sociale, ci invita di fatto a un continuo confronto con il presente, con la nostra disperata aspirazione alla giustizia e alla solidarietà.

Rezension

von Yari Bernasconi

Publiziert am 19/08/2008

«Maggio 1871. Mi chiamo José, ho trentun anni, faccio il libraio a Lisbona. Sono malato di polmoni e voglio cambiare il mondo». L’incipit (in realtà anticipato dal paragrafo corsivo di una voce fuori campo che ritornerà regolarmente) dell’ultimo romanzo di Alberto Nessi, La prossima settimana, forse, uscito da Casagrande lo scorso maggio 2008, è già abbastanza significativo e dice molto della determinazione con cui il protagonista del libro e, in parallelo, il suo autore affrontano temi delicati, astrusi, ricchi di paradossi. La sensazione, forte dall’inizio alla fine del romanzo, è che La prossima settimana, forse sia irrequieto come un animale addomesticato di cui si continuano a scoprire inevitabili istinti selvatici, ma controllato grazie alla forza di volontà di un Nessi coraggioso e - azzarderei - combattivo. Una bella sensazione, insomma.

José («mi chiamo Giuseppe. Ma mia mamma mi chiama José») Fontana, padre svizzero «commerciante in Portogallo» e madre lusitana, di una «famiglia di librai che dalla Francia si erano trasferiti in Portogallo, i Bertrand», nasce e trascorre i suoi primi anni di vita in Ticino: «Poche case, un campanile che trafigge il cielo e una grande piazza, difficile trovarlo sulla carta geografica. Cabbio. La gabbia che mi ha visto nascere. Il cappio che ora mi strangola». Dopo aver perso il padre, si trasferisce a Le Locle («Loculo, lo chiamavano i miei compaesani»), cuore pulsante dell’industria orologiera, con la madre e la sorella Gesualda, entrambe malate, che di lì a poco lo lasceranno solo. All’età di sedici anni, quindi, emigra definitivamente in Portogallo. Qui scopre il socialismo e partecipa attivamente al movimento operaio che si sta formando, dalla fondazione («l’abbiamo fondata»!) dell’associazione Fraternidade Operaria al sostegno e alla gestione dei primi scioperi, gli interventi orali e scritti («Ora ho preso l’incarico di scrivere l’articolo di fondo “Che cos’è il socialismo?”. È un’idea astratta o una necessità? “Il socialismo di Proudhon, di Owen, di Marx e dell’Internazionale è vero nel senso proprio della parola: perché è realista”: ecco una frase che scriverò nel mio articolo»)...

Al di là dei personaggi che prendono la parola lungo le 169 pagine del libro (il milite Bernasconi che racconta la «guerra del Sonderbund», le «lettere ritrovate» del cugino Ambroise, che scrive da Le Locle, ecc.), José Fontana resta il vero, unico narratore del romanzo. Anche la voce fuori campo a cui accennavo poco fa serve soprattutto ad amplificare le contraddizioni e le insicurezze con cui si confronta la coscienza di José, che agisce sì energicamente contro un sistema non condiviso (come in quest’annotazione diaristica: «Sciopero dei tipografi del Journal da noite. Anche qui i padroni sono in ritardo nei pagamenti. Il capitalismo non funziona»), ma che gli contrappone una speranza ancora intrisa di profondi “forse”: «Forse, fare la rivoluzione vuol dire costruire una società dove non si debba più rubare il pane per sopravvivere». Questo permette a Nessi di attraversare diversi nodi politici e culturali della nostra storia (il socialismo, gli operai e l’Internazionale, certo, ma pure il microcosmo delle montagne ticinesi e di una città forgiata su misura per la creazione orologiera: «La vita nasce dalle cose minute. Là, nel Giura, imparai com’è faticoso fare. Dare vita. Come si fatica a vivere. [...] Non la vedevo nascere tra le mie mani, la montre, ma la immaginavo dominare il tempo»), pur restando in una scrittura profondamente intima, umana. Le intromissioni corsive della voce fuori campo che imperversano nel testo, quindi, dimostrano di avere un ruolo fortemente impostato al superamento del mero livello narrativo, da José a Nessi stesso e da Nessi al lettore: «Si è avvicinato a te uno stravolto, magrissimo e gli hai dato qualche centesimo. È questa la tua fraternità?»; «Hai tendenza a distrarti, poeta. Oppure a rinchiuderti nei bozzoli dei libri. So cosa vuol dire [...]. Ma bisogna che la crisalide si trasformi in farfalla. La letteratura deve aiutarci a conoscere il mondo, non farci sentir parte di una confraternita». Fino all’esplicito anacronismo, scagliato come un grido indignato:

Ecco, hai ripreso il giornale in mano. Che stai leggendo? Le ultime notizie dal fronte della civiltà del ventunesimo secolo?

Cronache dal carcere di Abu Ghraib

Incappucciato
Colpito
Insultato
Pisciato addosso
Denudato
Minacciato con i cani
Legato fili elettrici alle dita, al pene
Fotografato mentre loro ridevano
Una soldatessa bionda sdraiata accanto al cadavere
Tenuto nel ghiaccio
Costretto a stare in piedi per ore
Messo mutande da donna in testa
Appeso al soffitto
Scaricato addosso elettricità
Immerso nella merda
Sbattuto la testa contro il muro
Violentata