Tre domande ad Antonio Rossi

von Yari Bernasconi

Publiziert am 10/03/2006

Sesterno, pubblicato nel novembre del 2005 da Book Editore, è il suo ultimo libro di poesie. Cosa rappresenta la scelta di dividere il testo in sei sezioni quasi uguali (rispettivamente di 7, 8, 8, 6, 8 e 7 poesie), evidenziate soprattutto dal titolo inequivocabile della raccolta (appunto Sesterno)?

La raccolta ospita una scelta di poesie scritte fra il 1994 e il 2003. Si tratta di testi nati autonomamente, senza che da parte mia vi fosse la preoccupazione di obbedire a un disegno preordinato. A un certo punto ho iniziato a organizzare i componimenti; il risultato finale, dopo numerose aggregazioni intermedie, è stato un insieme formato da sei gruppi di poesie. Il titolo si rifà perciò alla stessa intelaiatura della raccolta (sesterno è, nei manoscritti e nei libri a stampa, un quaderno composto di sei fogli). Ciascuna parte reca un titoletto cui è affidata la funzione di 'propagatore tematico'. L'iniziale Svuotata ogni abitazione vorrebbe esprimere il desiderio di giungere a scrivere a partire da una situazione in cui sia stata fatta tabula rasa, per quanto possibile, di ogni materiale residuo (a proposito del 'togliere il superfluo' mi vengono in mente diversi precedenti, fra i quali Arvo Pärt e la sua Tabula rasa; o, ancor di più, il sempre attuale Juan de la Cruz). Nella seconda sezione, Impulsiva (utilizzo il termine innanzitutto nel suo significato primo 'che imprime una spinta, che comunica un impulso'), trovano posto poesie dove il ritmo assume spesso un ruolo preminente. A spinte antitetiche rimanda il segmento successivo (Lusinghe o dissuasioni); e all'insegna del contrasto si annuncia pure la sezione intitolata Onice insonne (ossimoro collocato nel mezzo della raccolta: l'onice, secondo gli antichi e anche moderni lapidari, è pietra che dovrebbe proteggere dall'insonnia e dagli incubi notturni), la cui veste stilistica mi sembra vicina a una sorta di recitativo oSprechgesang. Torna in Nondimeno uno strepito la fisionomia sintattico-fonico-ritmica che contrassegna le precedenti parti; è infine il turno degli Spaiati enti, testi forse accostabili ai grappoli di note che in àmbito musicale vengono chiamati cluster. Un'altra annotazione: le varie sezioni risultano legate fra di loro tramite connessioni di vario tipo (tematico, linguistico, ecc.), con conseguente produzione di senso 'a distanza'.

La raccolta Sesterno sembra una naturale continuazione del suo secondo libro, Diafonie: l'effetto visivo e la sintassi incalzante prendono il sopravvento sul valore semantico delle parole, disposte talvolta in vertiginosa successione. Il primo libro, invece,Ricognizioni, appare senz'altro più narrativo, più aneddotico degli altri, ricco di spunti che sembrano rifarsi all'Orelli delle Sinopie (per fare un esempio, in PrimaveraOrbene questo signore mi fa di solito dei gran saluti / e mi domanda in quale giorno della settimana ci troviamo a essere, / confonde spesso il giovedì col venerdì, si scusa, / specialmente quando è bel tempo.). Perché la scelta, elaborata a suo tempo e confermata con quest'ultima fatica, di cambiare atteggiamento poetico? Che genere di evoluzione vede all'interno di questo cambiamento?

Il mio primo libro, Ricognizioni, accoglie poesie scritte negli anni Settanta. Come dice il titolo, si trattava per me di mettere in atto una serie di esplorazioni: sul piano individuale (cercare delle risposte a domande che mi ponevo e mi pongo), collettivo (tentare di 'capire' il mondo, la società), stilistico (quali forme, quale lingua usare). In parecchie di queste poesie è presente una dimensione narrativa tangibile. Ma, a ben guardare, le cose raccontate (con il frequente ricorso alla figura dell'ironia) si rivelano per lo più di scarso rilievo e quasi sempre si risolvono in una finale dissolvenza; fatto che nella sua prefazione Giovanni Raboni non ha mancato di sottolineare ("La vita come spettacolo continuamente interrotto e ripreso…"; "… e si proietta nella mente del lettore qualcosa come un'istantanea, un fotogramma o, al massimo, una brevissima, fulminea sequenza dove gesti, volti e sorrisi, raggruppamenti di oggetti e incidenze di luce assumono la sospensione … che caratterizza la silenziosa imminenza di una catastrofe"). Ancora a proposito di questo 'sguardo', credo abbia esercitato su di me una notevole influenza La passeggiata di Robert Walser, pubblicata in italiano da Adelphi nel 1976. Una realtà insomma, quella di Ricognizioni, non di rado frammentata e aggrovigliata (anche sul piano sintattico: sintomatica è la poesia Il luppolo): aspetti questi che si ritrovano nelle raccolte successive. Quanto alla componente narrativa, in Diafonie e poi in Sesterno essa è decisamente passata in secondo piano, o è venuta meno; la realtà percorrendo questi due libri ci si imbatte in testi, mi sembra, più complessi e multiformi. In ogni attività (non soltanto artistica) si registrano, in misura più o meno marcata, dei cambiamenti, dei mutamenti di rotta. Qualcosa del genere è avvenuto anche nella mia poesia; e ciò in modo imprevedibile, assecondando esigenze interne. Sono così nate composizioni forse più essenziali e 'radicali'.

Pier Vincenzo Mengaldo, nell'antologia Cento anni di poesia nella Svizzera italiana, afferma che il passaggio da Riconizioni a Diafonie "comporta un approfondimento quasi ad absurdum della poetica dello sguardo oggettivo portato sulla realtà aleatoria, per frammenti. Ma comporta anche un processo di riduzione drastica che dà luogo ad oggetti poetici ancor più gratuiti ma per compenso sempre più precisi e cesellati. Qui pure la loro forma tende allo stampo unico, preconfezionato, anche per una sorta di scommessa, e la metrica, esatta, è però piuttosto una metrica per l'occhio che per la recitazione interiore". Cosa pensa dei concetti di "oggetti poetici ancor più gratuiti" e di forma che "tende allo stampo unico, preconfezionato"? E in che misura ci si ritrova?

Ogni poesia è per me un organismo in cui parole, suoni, ritmi, timbri, movimenti della sintassi, immagini, simboli, motivi prendono consistenza e s'intrecciano per dar vita a un insieme che affonda le proprie radici nel vissuto personale. In questo senso il testo poetico costituisce, per quanto mi riguarda, non un'entità gratuita ma, al contrario, una risposta necessaria al desiderio di interrogare, di scrutare se stessi e il reale. Le caratteristiche degli aggregati verbali così ottenuti sono state sintetizzate da Stefano Agosti nella prefazione a Diafonie: una "realtà plurima, diffratta, esibita in violente situazioni di simultaneità, situazioni che risultano comprensive di campi o elementi disparatissimi quali il tecnologico (anche computerizzato) e il corporale (anche speculato dall'interno), il reperto oggettuale (quotidiano o tecnico) e il dettaglio naturale (animale, vegetale, atmosferico)". Questi elementi si ritrovano (mi pare accentuati) in Sesterno, raccolta dove intervengono (credo) ulteriori componenti. Quanto alla 'forma', essa si configura in stretta correlazione con le indicazioni e i segnali che provengono dal proprio 'interno'. Non esiste quindi una forma a priori; essa nasce e si modella gradatamente, con largo intervento della dimensione artigianale ed empirica, dando seguito a istanze e impulsi che chiedono di essere ascoltati e tradotti in parola. Naturalmente, la realtà formale che va prendendo corpo dovrà essere avvertita dal sottoscritto come consona alle proprie inclinazioni: fra queste metterei la propensione all'essenzialità, il rigore tematico e l'aspirazione a operare entro coordinate pienamente contemporanee.

Presseschau (Auswahl)

«"Una mente volgerla / dove? A striature / ombre sicure massi / o giù rimbalzando / da felci sul discontinuo / atitato e nomade / a serre padiglioni / fetide cataste da cui / passero fanello gazza / trae felicità". Questa è forse la poesia più "comunicativa" dell'ultima raccolta di poesie di Antonio Rossi. Rossi è il più convinto, nella Svizzera italiana, della necessità di far proprio l'appello di Rimbaud "il faut absolument être moderne". (…) Le realtà etiche in Rossi ci sono. E come! I "contenuti" idem, ma criptici» (Giovanni Orelli, «Azione»)