L’animale guida

Tommaso Soldini

Per chi avanza sul confine tra l'amore e il disamore, la lucidità e la follia, l'integrazione e l'isolamento, è facile scartare di lato senza neanche accorgersene, guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Quattro racconti su un'instabilità che da economica si fa esistenziale e identitaria, ambientati tra New York e le vallate alpine, in un centro e in una periferia che finiscono per coincidere.

Quattro domande a Tommaso Soldini

von Yari Bernasconi

Publiziert am 08/10/2009

Tommaso Soldini, a cinque anni di distanza dalla raccolta di poesie Ribelle di nemico privo (Viganello, Alla chiara fonte, 2004), lei pubblica quattro racconti sotto il titolo di L'animale guida (Bellinzona, Casagrande, 2009). Cosa rimane del provocatorio «Narciso senza specchio» (così cinque anni fa: «io, Narciso senza specchio / resto, né arte né parte, / cameriere senza clienti / infermiere senza pazienti. / Ribelle di nemico privo»), che sembrava voler trascinare il lettore in una canzonatoria – eppure sentita, vissuta – anti-liricità? Cosa l'ha spinta al cambio di genere? Quanto è importante per lei questo passaggio?

Penso di nascere più come narratore che come autore di poesia. Il primo racconto lungo l'ho scritto a sedici anni, la storia di un ragazzo che optava per il suicidio e finiva nel girone degli idealisti, dove incontrava, tra gli altri, Nietzsche e Che Guevara, quelli che all'epoca erano i personaggi cui mi ispiravo maggiormente. Anche durante gli studi universitari ho lavorato quasi solo su racconti, ispirati a questo o a quell'autore, che man mano leggevo. Poi sono arrivati, soprattutto, Montale e Campana, l'ondata lirica che, in sé, conteneva già i germi dell'anti-liricità. Mi sono provato, non so con quanta consapevolezza, almeno per quel che riguarda la fase creativa. Diciamo che ho assunto coscienza delle mie azioni strada facendo, soprattutto mentre correggevo i testi di Ribelle di nemico privo. La pubblicazione di quella plaquette è stata una liberazione, l'uscita dall'adolescenza, la spinta ad osare. Ed ecco che la prosa si è riaffacciata nella mia vita, come uno strumento per andare più a fondo, per sentire il palpitare delle vite degli altri in modo più nitido, più possente.

La quarta di copertina dell'Animale guida parla di racconti di «un'instabilità che da economica si fa esistenziale e identitaria, ambientati tra New York e le vallate alpine, in un centro e in una periferia che finiscono per coincidere». Nei suoi testi, in effetti, lo spazio sembrerebbe non esistere, o esistere solo come proiezione di un individuo, della sua vita; e l'importanza dei luoghi relegata ai tanti io disseminati nel mondo. Ogni personaggio dell'Animale guida, del resto, pare ineluttabilmente egoista e in balia del fato: «Qualcosa stava cambiando, probabilmente. Uno di quegli eventi che mutano in maniera impercettibile il corso delle cose. Si verificano e neanche te ne accorgi. Scivolano nella vita ed estendono il loro potere, fino a determinarla» (da Primo impiego). Anche i “valori morali” sembrano sottostare alle leggi del fato («I tempi sono sempre gli stessi. Basta avere la coscienza a posto», da Incroci a Bryant Park) e dove si attende un'azione, una decisione, vince l'inerzia, come per la gravidanza imprevista: «“Cosa vuoi, e poi, se succede cosa vuoi?” “Cosa vuoi tu.” L'uomo era lui, lui che doveva decidere. “Cosa vuoi tu.” La donna era lei, lei che poteva decidere. Scoppiarono a ridere, per non pensare, che tanto un altrove ci sarebbe stato comunque» (da Fiume salato). Cosa ne pensa?

Una sera, mi trovavo a New York, attendevo la metropolitana, sottoterra, solo in mezzo a centinaia di persone che a loro volta attendevano un treno. Speravano. Che non arrivasse tardi, di trovare posto. Alcuni leggevano il giornale per ingannare il tempo, soprattutto il New York Post, un quotidiano da venticinque cents che pratica un giornalismo grossolano, biecamente patriottico nelle prime pagine per poi concentrarsi su cronaca nera e sport. Altri mangiucchiavano patatine, cioccolatini, biscotti. Le carte e i resti li gettavano sui binari. Io guardavo la scena. Soprattutto attirò la mia attenzione la discreta orda di topi che si muoveva là in basso, sui binari, in cerca di cibo. Era bello vedere che la città più civile del mondo non poteva arrestare la vita dei ratti. Grossi, pasciuti. Uno di questi era privo di una zampa, ma si muoveva come se non ne avesse avuto bisogno. Era lesto, capace. Lo osservai a lungo. Si infilava nei pertugi come se li conoscesse da sempre, si muoveva con una consapevolezza impressionante. Poi arrivò il treno. Il fischio lo annunciava ma il topo non si muoveva, non dava segno di volersene andare. Era ignaro del pericolo? Le luci della locomotiva fecero capolino, là in fondo. Ma il ratto niente. Comparve il grigio della carrozza, accompagnato dallo stridore dei freni. Niente. Quando il primo vagone si trovò a un paio di metri dall'animale questo, con una mossa che non dimenticherò mai, si mise al riparo, e sopravvisse. Non era fuggito, aveva sfruttato la situazione sino all'ultimo, con una tempistica eccezionale. Dava l'idea della perfezione. In quel momento ho capito che quel topo non si poneva domande intorno all'esistenza di Dio o degli dei o del karma o che so. Quel topo aveva studiato l'esistente, il suo mondo fisico, la fermata della metropolitana, nei minimi dettagli. La conosceva come se fosse un prolungamento di se stesso. Non aveva bisogno della quarta zampa (della quarta dimensione, quella spirituale) per agire in quel mondo, essere quel mondo che gli era dato. Anzi, forse perché menomato sfruttava meglio degli altri il tempo che gli era stato concesso. Dio sarebbe arrivato dopo, forse, era una domanda a cui aveva rinunciato, per concentrarsi su ciò che era conoscibile.
Non poteva decidere di annientare il treno e, a ben vedere, non avrebbe nemmeno voluto, perché gli umani non avrebbero più scaraventato i loro scarti sulle rotaie. Il ratto si adattava alla perfezione al proprio ambiente, usava tutte le sue facoltà fisiche, psicologiche, razionali, per mirare alla conservazione della vita.
Ecco, in quella situazione, quel ratto mi parve superiore alla maggior parte delle persone, l'unico essere capace di superare il concetto di speranza, l'unico essere davvero ultimamente auto-determinato.

Il suo approccio narrativo sembrerebbe suggerire un certo distacco, eccezion fatta forse per l'ultimo racconto (che dà il titolo alla raccolta), come se volesse limitarsi a descrivere le miserie e le ricchezze umane, in realtà poco più sviluppate di quelle animali (come non considerare la chiave di lettura che ci è offerta – sbattuta in faccia, restando nel lessico di Soldini – dal titolo?). Mi pare però che questo procedimento non sia semplice e che la tentazione di abbandonarsi all'ironia (persino al sarcasmo) sia fortissima. Impossibile, per esempio, non leggere una fugace presa di posizione in: «C'era un locale, nel centro abitativo di L., in cui si riuniva tutta quella mezza gioventù che non aspetta che la sera per sentirsi qualcuno»...

Prima di tutto sì, cerco di praticare il distacco. Come quel topo cerco di conoscere il reale per quello che è, limitando il più possibile la pressione della lente dell'io. Non passa la vita a lamentarsi per la zampa moncata, sfrutta ciò che ha. E io ho a disposizione il mondo, la gente, le loro vite e le loro storie. Le ricostruisco come si fa con un mobile dell'ikea. Il libretto delle istruzioni sono i loro sguardi, i loro vestiti, gli orologi, i telefonini, gli amici, tutto. Basta guardarli. L'io esce comunque, ma più discreto, meno invasivo, più accettabile. Per me e per gli altri, spero.
Nel caso specifico, poi, ho scritto quella frase per una ragione molto precisa. A partire da Socrate molti filosofi insegnano che l'essere umano deve sfruttare la sua caratteristica più importante, la ragione, per liberarsi dal lavoro e filosofare. È un'idea che mi è sempre piaciuta. Le macchine che sostituiscono gli operai sono una buona cosa, quel che manca semmai è la redistribuzione delle ricchezze. Dietro quella frase c'è dunque una doppia valutazione. La situazione economica attuale spinge i giovani a non poter più pensare che la ricerca della felicità passa inevitabilmente da una professione gratificante. Sono pochi quelli che trovano un lavoro soddisfacente, liberante. La maggior parte, anche dei laureati, o è disoccupata o finisce per svolgere professioni a cui non aveva mai pensato, attività finalizzate al mero guadagno. Ma chi ha detto che il lavoro deve essere bello? Ecco che si aspetta la sera, la fine del lavoro, per essere se stessi, per coltivare i propri interessi. Se così fosse, diciamo, la crisi economica potrebbe essere una buona cosa. Purtroppo così non è, almeno non sempre. I giovani sotto sotto continuano a pensare che il lavoro sia un bene e, invece di liberarsene, si danno ai piaceri effimeri, per sentirsi qualcuno e non per essere qualcuno. In questo modo consumano e sono ancor più tragicamente adiuvatori di quello stesso sistema economico che li confina nell'alienazione. Vittorio se ne accorge e vede gli UFO, Debra smette di saperlo e si fa risucchiare.

Venendo all'ultimo racconto del libro, però, che è anche il più breve, la dimensione sociale - e la semplice attenzione al mondo circostante - è relegata allo sfondo e scalzata da un piglio più onirico che realista, più visionario che pragmatico. Vi si alternano seccamente le voci di un uomo e di una donna, una coppia con due registri linguistici e due sguardi contrastanti («Prendo la chiave dalla borsetta e la infilo nella vecchia serratura. È dura. “Mi aiuti per favore?” // Con un calcio spalanco la porta»), stridenti («Mi raggiunge di sotto e mi bacia sul collo, poi accarezza il nostro pancione. Gli fa anche due o tre versetti da neonato. Comincia anche lui a crederci, che i bambini sentono da subito, già dal terzo mese, quando si sviluppano i primi organi importanti. È la prima volta che lo fa. Mi viene giù una lacrima. // La contadina piange. Con un gesto le faccio capire che potrà tornare, non deve aver paura. Potrei dire che l'ho fatto per amore, per ideale o altro. L'ho fatto per soldi. Questa donna, se l'avessi assunta come cameriera, mi avrebbe mangiato il risparmio che faccio venendo a vivere quassù. Adesso è in casa mia, sbriga le faccende»). Aleggia sulle due percezioni la figura fantasmica di un cervo uscito allo scoperto sulla strada, di notte, al passaggio dell'auto dei due protagonisti, che a tratti si fonde persino con il personaggio maschile: «Scarico il sangue del cervo, la sua animalità, in una donna che viene a chiedermi se necessito d'aiuto». È sicuramente il racconto più inquietante – e, da questo punto di vista, forse il più intrigante – dei quattro.

Il quarto racconto chiude la raccolta per due ragioni, una tecnica l'altra sostanziale. È quello, almeno secondo me, che scava maggiormente nel senso di straniamento che tocca la generazione dei trentenni di oggi. L'impossibilità di condurre una vita indipendente dal punto di vista economico, ma soprattutto viene messa in scena la fatica di uscire dall'individualismo. Sono convinto che oggi si sia talmente permeati di soggettivismo che la realtà prema meno di un tempo. I nostri fantasmi personali, magari indotti dalla cultura di massa, dall'ideologia delle infinite possibilità (che nasconde la siccità delle occasioni concrete), obnubilano a tal punto l'individuo da renderlo incapace di confrontarsi con i cambiamenti, con i valori di base. È anche il racconto più felice dei quattro, quello a lieto fine, se mi si lascia passare l'espressione, perché la gravidanza viene accettata e, come ha ben rilevato Gilberto Isella, avviene una sorta di riappropriazione della sessualità-affettività primaria. Tutto questo è però nascosto, complicato dalla tecnica di narrazione. L'alternarsi delle due voci crea scompiglio, dubbio, confusione. È il racconto tecnicamente più difficile, più ambizioso. Ho cercato di pensare al libro come a una sorta di apprendistato; i primi testi sono più narrativi, più classici se vogliamo, l'ultimo invece è quello che domanda al lettore una fiducia. È come se chiedessi di essere letto anche se la narrazione non esaurisce e risolve le questioni, almeno immediatamente o apparentemente. È corto ma va riletto, è breve ma trova la propria chiave solo nell'ultimo paragrafo. Me lo immagino come lungo il doppio, in un gioco del due che obbliga il lettore ad esserne parte.

Presseschau (Auswahl)


«Il risultato cui giunge Soldini si fa apprezzare in particolare nell'originalità e coerenza delle scelte alla base del suo progetto, in quell'accostamento di per sé rivelatorio fra mondi lontani e mai come oggi vicini, e che per vie di volta in volta differenti si riflette in ogni storia. Altrettanto interessante, anche se non sempre compiuta, oltre che incline a qualche forzatura, la ricerca formale, in cui si riconosce una penna consapevole, a volte forse un po' compiaciuta, e tanto più efficace quando lavora di sottrazione; per comunicare un mondo poetico che fa della sua semplice e immediata complessità, potenzialmente densa di suggestioni, la sua forza» (Claudio Lo Russo, «La Regione», 15.07.09).

«Anche i giovani protagonisti di Tommaso Soldini sono dislocati in periferia. Anche se si trovano nell'ombelico del mondo, a Manhattan, anche se si trovano nell'ascensore che li porta in cima all'Empire State Building, l'altissimo grattacielo; non diversamente che se si trovano in una vallata prealpina: facciamo la valle di Muggio. Scarsa differenza tra Hudson e Breggia. Ciò che conta (relativamente) è l'instabilità, la crisi invadente, progressiva, di chi racconta un proprio isolamento. Altro che l'amore «romantico». Nella salita quasi obbligatoria sul grattacielo, «si sarebbe fermato a guardare le mani sinistre intrecciate, i confini dei corpi che cercavano adesione, i rigonfiamenti» (Giovanni Orelli, «Azione», 21.09.09).

«La tipologia, come si vede, è nettamente epocale, configurando una variante aggiornata e “mondializzata” della crisi identitaria. Rimane di conseguenza costante la tonalità di fondo della narrazione, sia essa ambientata a New York (Incroci a Bryant Park e Fiume salato) o nelle regioni prealpine (Primo impiego). Anche L'animale guida ha una cornice nostrana ma il racconto, che dà il titolo al libro e lo chiude, opera uno stacco “liberatorio” rispetto agli altri, quasi in funzione catartica: qui assistiamo alla riconquista della sessualità-affettività primaria, libera da sovrastrutture. L'“animale guida” può anche alludere al desiderio nell'accezione drammatica conferitagli da René Girard. Un desiderio insito nella natura più profonda dell'uomo, che scatena la “rivalità mimetica” e la figura del doppio» (Gilberto Isella, «Giornale del Popolo», 26.09.09)