Tabù

Sergej Roić

Il romanzo politico-filosofico sugli effetti della globalizzazione si apre, come in una rassegna iconografica, con la presentazione dei personaggi generati dal connubio delle esperienze culturali e sociali dell'autore che pongono in luce le sue forti idealità, gli interrogativi sul destino delle "umane genti" e l'arguta idea di trasfigurazione dei meccanismi economici, attraverso la valorizzazione della comunicazione tra i popoli e la condivisione degli interessi comuni, per l'evoluzione futura del genere homo sapiens sapiens. Su piani paralleli e trasversali personaggi e filosofi coesistono in un corollario di rapporti che conducono alla genesi dell'idea e alla realizzazione di una grande rete informatica che diffonda con forza e vigore l'incitamento alla pace.

A proposito di «italicità» e globalizzazione: intervista con Sergej Roić

von Yari Bernasconi e Francesco Biamonte

Publiziert am 03/12/2007

italiano – français

Prima di addentrarci nel suo romanzo, parliamo dell'Associazione Globus et Locus, di cui lei fa parte, che nasce nel 1997 con lo scopo di - citiamo dallo statuto - «affrontare le problematiche che le trasformazioni economiche, culturali e sociali, collegate ai processi di globalizzazione in atto, stanno producendo nel contesto italiano». Da qui nasce il termine “glocalizzazione”: di cosa si tratta?

Il termine “glocal” è stato coniato all'inizio degli anni '90 da Roland Robertson. In sintesi, si tratta della connessione diretta a livello culturale ed economico fra eventi globali e quelli locali. Ciò è stato reso possibile in primo luogo a causa dell'azzeramento del tempo e dello spazio provocato dalla mobilità crescente. Oggi, chiunque può arrivare in qualsiasi luogo del globo in meno di 24 ore e i segni si muovono istantaneamente. Un esempio per tutti a livello culturologico. La casa editrice “Epoche”, diretta dalla ticinese Gaia Amaducci e che traduce in italiano la letteratura africana, ha portato in Ticino l'Africa e si suoi temi allorché sono state organizzate conferenze e presentazioni di una realtà poco nota da noi. Il local Ticino si è quindi arricchito di una consapevolezza cominciando a interagire con una dimensione per lo più sconosciuta da noi. Che poi la casa editrice stessa abbia la sua ragione sociale a Milano ha avuto in questo caso un'importanza relativa: oggi essa è presente e apprezzata nella Svizzera italiana. Per quel che concerne l'associazione Globus et Locus, essa riunisce Regioni, Camere di Commercio, Fondazioni e Università del Nord Italia comprendendo nella sua partnership anche la Città di Lugano. La filosofia di Globus et Locus è transfrontaliera con particolare attenzione al modello confederale svizzero, tollerante, decentrato e aperto alle minoranze e quindi intrinsecamente glocal.

All'interno del programma della Globus et Locus ha preso spazio il “Progetto Italici”, che riguarda da vicino anche la Svizzera italiana. Cos'è l'italicità? In cosa consiste il progetto?

Il Progetto Italici ha per scopo di stringere i contatti all'interno di una comunità globale di 250 milioni di persone con cultura e valori condivisi gli italici essendo gli italiani, gli svizzeri italiani, i dalmati, gli istriani, i maltesi, i sammarinesi, i rispettivi oriundi nel mondo e tutti gli italofili. I valori italici sono quelli “storici” della tolleranza, della pace, dell'accoglienza, del buon gusto e del buon vivere. Quest'estate, a seguito di un interessante dibattito sull'identità ticinese svoltosi sui quotidiani svizzeroitaliani e che presto sfocerà in un libro pamphlet, il tema di una seconda appartenenza italica, accanto a quella nazionale svizzera, è stato recepito come positivo e apportatore di significato per tutti gli italofoni elvetici. Riconoscersi nell'italicità aiuta, infatti, sia a difendere la lingua italiana in Svizzera sia a considerare proprio la Svizzera italiana come il barometro dell'efficacia del confederalismo elvetico. Qualora la cultura italofona fosse misconosciuta in Svizzera si potrebbe ancora parlare di confederalismo e di attenzione alle minoranze? La risposta è ovviamente no ed è rallegrante che il mondo politico svizzero e finanche la sua diplomazia comincino a rendersene conto.

Ci permetta un certo stupore: ci convince l'idea di allacciare contatti facilitati dalla lingua, dalla mobilità e dai nuovi mezzi di comunicazione fra comunità geograficamente lontane e con storie diverse. Ma in che cosa i valori di “pace”, di “accoglienza”, di “buon gusto” sarebbero particolarità italiche? Dall'impero romano alla Lega dei Ticinesi, passando dalla storia dei comuni e le repubbliche e tutta la storia del Novecento, non ci sembra che gli italici siano «storicamente» più (o meno) portati di altri sulla pace. Per quanto riguarda la tolleranza, non ci risulta che gli «italici» siano più tolleranti di altri - alcune dichiarazioni recenti di esponenti politici italiani sugli omosessuali, per fare un esempio, sarebbero impensabili o addirittura illegali in alcuni paesi d'Europa o negli Stati Uniti. Il buon gusto, poi, è una nozione assolutamente soggettiva, che ognuno o quasi si attribuisce… In che cosa, dunque, la nozione di «italicità» che lei espone sarebbe diversa da un patriottismo di vecchio stile, con la semplice aggiunta di un carattere transnazionale, in una specie di «Grande Italia»?

L'italicità, più che un tratto caratteriale che definirebbe per ascendenza “di sangue” un'intera popolazione di un dato territorio e tutti i suoi discendenti, è un sentimento o una tendenza o un'aspirazione. Questo sentire e questa tendenza hanno sì radici storiche - gli italiani e gli italofoni confinanti sono stati più invasi che invasori, ad esempio - ma soprattutto derivano da un sostrato psicologico che il grande antropologo francese René Girard definisce “attenzione per le vittime” o “capacità di compassione”. Forse questo tratto empatico è stato inculcato come tendenza agli italici dai loro tutt'ora forti legami a livello familiare, e quindi condivisi, sta di fatto che a tutt'oggi, a parte i casi terribili delle metropoli spersonalizzanti, l'integrazione degli stranieri in arrivo in Italia (ma anche nel Canton Ticino) risulta più facile e più immediata, nonostante i mille problemi che sorgono a tal riguardo e le proteste populiste portate avanti da partiti isolazionisti, io li definirei “provincialisti”. Ognuno ha il provincialismo che si merita, si potrebbe dire, e la recente storia svizzera, col sistematico rigettare sugli “stranieri” delle difficoltà nazionali, lo dimostra. Ma si può, in coscienza, dire allora che la Svizzera non sia un Paese di accoglienza quando, storicamente e anche politicamente, lo è sempre stato (il Ticino lo è stato moltissimo)?
Per quel che riguarda Italia e italicità, bisogna distinguere. L'italicità, in quanto comunità di sentimento, non ha molto a che fare con lo stato-nazione Italia. Anzi, i tratti più riconoscibili dell'italicità si possono notare nell'incrocio culturale: i campanili delle chiese dalmate sono una copia in piccolo del campanile veneziano di San Marco (me lo ha fatto notare il celebre romanista berlinese Trabant); la star del basket americano Kobe Bryant, di colore e figlio di un cestista che giocava in Italia, parla un perfetto italiano e negli Stati Uniti è considerato una figura che rappresenta anche i tratti italici; lo stesso René Girard, francese che insegna a Stanford in California e che ho intervistato a Lugano per un quotidiano ticinese in occasione di un convegno, mi disse: oh, eccomi finalmente nel paese dove il dolce sì risuona - ci trovavamo in Ticino, in Svizzera. Insomma, l'italicità non rappresenta un Paese nazionale o il suo sistema economico o la sua storia, ma riunisce coloro che si identificano in un patrimonio culturale (ma io lo chiamerei umanistico) in grado di accettare l'altro e di provare condivisione e compassione per il diverso da sé. I tratti più immediati dell'italicità, quella simpatia e quella gioia di vivere che a qualche nordico - ma non a Goethe - potrà risultare a volte anche un po' invadente, avvicinano le genti di tutto il mondo anche ai prodotti fabbricati dagli italici (intendiamoci, gli italici di Roma ma anche quelli di Toronto e di Sydney). Sono convinto che il successo del fashion di matrice italica o della cucina “italiana” (molti, nel mondo, aprono ristoranti “italiani” che di italiano hanno solo il nome) ha a che fare proprio con questa gioia di vivere e con un'intrinseca condivisione dei valori della vita - voglia di pace, tolleranza, gusto per le cose belle. Potrà sembrare anche un cliché, ma parecchi italici - per tendenza o aspirazione - fanno veramente le cose “con amore”.

Tabù è il suo ultimo libro, un romanzo breve, uscito nell'aprile di quest'anno. La storia si sviluppa attorno ad Ascanio Rimaboschi, un giovane giornalista italiano nato e cresciuto in Svizzera, già docente all'Università di Zurigo e giramondo, che scatena «grandi polemiche» per la pubblicazione di un feuilleton su Martin Heidegger. Un episodio che lo catapulta in Italia, l'Italia agognata e sognata, alla corte del vecchio politico Carlo Corelli, per la realizzazione di un «progetto globale»: riunire gli italici di tutto il mondo, «come lui, con l'Italia nel cuore». Fino a che punto Ascanio Rimaboschi corrisponde a Sergej Roic? È, come sembra, il suo attaccamento al discorso sull'italicità ad averle ispirato il romanzo?

Tabù è un romanzo di fiction, che tuttavia prende spunto dalla realtà. Ogni giorno che passa un numero sempre maggiore di italici nel mondo si riconoscono sia nel nome che nei valori italici. In che modo questo “progetto globale” di una comunità di sentimento sovranazionale verrà attuato non è ancora dato di sapere. Nel romanzo ho cercato di tracciare una via e il personaggio di Ascanio Rimboschi, che per certi versi mi assomiglia, per altri è una finzione che dà, lo spero, slancio alla storia. Il titolo, Tabù , non è stato scelto a caso essendo i temi e i personaggi che vanno al di là di un discorso nazionale o nazionalistico rari se non inesistenti. Carlo Corelli, il grande vecchio, veglia sulla comprensione e la riuscita dell'idea italica. Alla fine avrà ragione lui?

Eppure, restando alla finzione del suo romanzo, Ascanio Rimaboschi s'immerge nell'ideale italico anche per opporsi alla realtà che l'aveva visto nascere e crescere, il «paese di strade diritte, di buone scuole, di chiese in cui nessuno, mai, avrebbe confessato alcunché»: la Svizzera. Quella Svizzera che, dice Ascanio, «per certi versi è ancora più tedesca della Germania»: significativo, visto che «gli italici dovevano lasciarsi alle spalle il peso della storia europea, i massacri, la supposta superiorità di questa o quell'altra razza, insomma, l'arroganza germanica, e librarsi sulle ali di arte, pace, qualità della vita, abbracciando convinti la tollerante, cantabile esistenza italica». Per arrivare al punto, abbiamo l'impressione che, parallelamente a ciò che lei ha chiamato «comunità di sentimento sovranazionale», delle voci - forse involontarie, forse fuori controllo - sottolineino una certa superiorità intrinseca del valore italico, come se questo fosse più giusto o più vero di altri. Allo stesso tempo, il personaggio di Carlo Corelli (la cui carriera politica «era sfociata in qualcosa di più di un ruolo istituzionale: era un leader, nel Nord Italia»), a New York per un ciclo di conferenze mentre gli Stati Uniti vengono sopraffatti dalle conseguenze delle avventure militari in Arabia, dice qualcosa che, in un certo senso, si tinge di toni populistici e ci spaventa un po': «Corelli conosceva la storia di Roma e riteneva che essa, la storia, fosse veramente e compiutamente magistra vitae . Gli americani, la cui città si stendeva ai suoi piedi, non avevano imparato. Non sapevano. Non potevano. Non avrebbero risolto. [...] Loro, gli americani, hanno bisogno di un Galba pacifico e capace, si disse dopo essersi svegliato, inquieto, nel cuore della notte. Hanno bisogno di un generale della pace. Di un'idea di pace». Come risponde a queste perplessità?

Spero che il lettore di Tabù o colui che si avvicina all'italicità non cada nella consueta trappola di considerare un'idea che si propone positiva, come lo è senz'altro quella italica, come tentativo di dimostrare la superiorità di un popolo o di un'idea di fronte ad altri popoli e ad altre idee. L'italicità è una comunità di sentimento, un modo e forse anche un metodo per aprirsi alla vita e ai suoi valori più umani: bellezza, buon gusto, buon vivere, arte, pace. La nota un po' polemica che si può cogliere nel romanzo l'ho ricavata da un articolo della NZZ di qualche anno fa quando un corrispondente della testata zurighese commentò una conferenza tenutasi in città sull'Umanesimo latino. Il commento era arrogante: adesso anche i latini ci insegnano come vivere. L'italicità, direi, suggerisce che c'è un modo di vivere e di rapportarsi fra le persone più diretto e migliore rispetto all'efficientismo che a volte sconfina nell'aridità che si può cogliere nelle cittadelle del potere finanziario svizzero oppure in alcune delle peggiori nemesi del modo di pensare germanico. Per quel che concerne il generale romano Galba, si tratta invece di una battuta. Galba, nelle cronistorie di Tacito, viene dipinto come colui che tutti credevano il più adatto a governare, se non avesse governato veramente. Da qui il Galba “pacifico e capace”, tutto il contrario del Galba storico, sconfitto e incapace di unire Roma.

 

***

L'association Globus et Locus a été fondée en 1997 dans le but – je cite ses statuts – “d' affronter les problèmes que les transformations économiques, culturelles et sociales, liées aux processus de globalisation en cours, sont en train de produire dans le contexte italien”. D'où le terme de “glocalisation”: de quoi s'agit-il?

Le terme “glocal “ a été forgé au début des années 90 par Roland Robertson. En résumé, il s'agit du lien direct, au niveau culturel et économique, entre les événements planétaires et ceux qui se produisent à l'échelle locale. Lien rendu possible, en premier lieu, par l'annulation du temps et de l'espace résultant de la mobilité croissante. Aujourd'hui, chacun peut arriver en n'importe quel point du globe en moins de 24 heures, et les signes se déplacent instantanément. Je citerai un seul exemple, au niveau culturel. La maison d'édition “Epoche”, dirigée par la Tessinoise Gaia Amaducci et qui publie la littérature africaine en traduction italienne, a amené l'Afrique et ses thèmes au Tessin, tandis qu'étaient organisées des conférences et des présentations d'une réalité peu connue chez nous. Le Tessin local s'est donc enrichi d'une prise de conscience en se mettant à interagir avec une dimension jusqu'ici pratiquement inconnue. Que cette maison d'édition ait son siège à Milan n'a eu dans ce cas qu'une importance relative: elle est aujourd'hui présente et appréciée en Suisse italienne. Pour ce qui est de l'association Globus et Locus, elle réunit régions, chambres de commerce, fondations et universités de l'Italie du Nord en un partenariat auquel participe aussi la Ville de Lugano. La philosophie de Globus et Locus est transfrontalière et voue une attention particulière au modèle confédéral helvétique, tolérant, décentralisé et ouvert aux minorités, et de ce fait intrinsèquement glocal.

Dans le programme de Globus et Locus a pris place le “Progetto Italici”, qui touche aussi de près la Suisse italienne. Qu'est-ce que l'italicité? En quoi consiste le projet?

Le “Progetto Italici” a pour but de resserrer les liens à l'intérieur d'une communauté comptant à l'échelle planétaire 250 millions de personnes qui partagent une culture et des valeurs communes, les Italiques étant les Italiens, les Suisses italiens, les Dalmates, les Istriens, les Maltais, les habitants de Saint-Marin, toutes les personnes originaires de ces pays dispersées dans le monde et tous les italophiles. Les valeurs italiques sont celles, “historiques", de la tolérance, de la paix, de l'accueil, du bon goût et de l'art de vivre. Cet été, à la suite d'un intéressant débat sur l'identité tessinoise qui s'est tenu dans les quotidiens de Suisse italienne et qui débouchera prochainement sur la publication d'un pamphlet, le thème d'une seconde appartenance, italique, à côté de la nationalité suisse, a été reçu comme positif et porteur de sens pour tous les italophones de Suisse. Se reconnaître dans l'italicité aide en effet aussi bien à défendre la langue italienne dans ce pays qu'à considérer précisément la Suisse italienne comme le baromètre de l'efficacité du fédéralisme helvétique. Si la culture italophone est méconnue en Suisse, pourra-t-on encore parler de fédéralisme et d'attention aux minorités? La réponse est bien évidemment non, et il est réjouissant que le monde politique de notre pays et même sa diplomatie commencent à s'en rendre compte.

Permettez-nous d'exprimer une certaine stupéfaction: l'idée de nouer entre des communautés géographiquement éloignées des contacts facilités par la langue, la mobilité et les nouveaux moyens de communication nous convainc, mais en quoi les valeurs de “paix” , d'“accueil”, de “bon goût”, seraient-elles des particularités italiques? De l'Empire romain à la Lega dei Ticinesi en passant par l'histoire des communes et des républiques du Moyen-Age et de la Renaissance, et celle de tout le siècle passé, il ne nous semble pas que les “Italiques” soient “historiquement” plus (ou moins) portés à la paix que les autres. Et pour ce qui est de la tolérance, nous ne voyons pas en quoi ils en feraient plus preuve que d'autres: certaines déclarations récentes d'hommes politiques italiens sur les homosexuels, pour ne citer qu'un exemple, seraient impensables ou même illégales dans certains pays d'Europe ou aux États-Unis. Quant au bon goût, c'est une notion purement subjective, que chacun ou presque s'attribue… En quoi donc la notion d'“italicité” que vous défendez serait-elle différente d'un patriotisme à l'ancienne, avec le simple ajout d'un caractère transnational, en une espèce de “Grande Italie”?

L'italicité, plus qu'un trait caractéristique qui définirait par l'ascendance du “sang” la population tout entière d'un territoire donné et tous ses descendants, est un sentiment, un penchant ou une aspiration. Ce sentiment et ce penchant ont bien des racines historiques – les Italiens et les italophones limitrophes ont plus été envahis qu'envahisseurs, par exemple – mais ils dérivent surtout d'un substrat psychologique que le grand anthropologue français René Girard définit par “attention aux victimes” ou par “capacité de compassion”. Peut-être que ce trait empathique a été inculqué aux Italiques, en tant que tendance, par leurs liens familiaux qui aujourd'hui encore sont forts et donc partagés, toujours est-il qu'à part les cas terribles survenant dans les métropoles dépersonnalisantes, l'intégration des étrangers arrivant en Italie (mais aussi au Tessin) est aujourd'hui plus facile et plus immédiate, malgré en dépit des mille problèmes qui surgissent à son propos et des protestations populistes soutenues par des partis isolationnistes que je qualifierais de “provincialistes”. Chacun a le provincialisme qu'il mérite, pourrait-on dire, et l'histoire suisse récente, avec ce rejet systématique des difficultés nationales sur les “étrangers”, le démontre. Mais peut-on, en toute conscience, dire que la Suisse n'est pas un pays d'accueil quand, historiquement et politiquement aussi, elle l'a toujours été (énormément même dans le cas du Tessin)?

Pour ce qui est de l'Italie et de l'italicité, il faut distinguer. L'italicité, en tant que communauté de sentiment, n'a pas grand-chose à voir avec l'Italie État-nation. Au contraire, on rencontre ses traits les plus reconnaissables dans les croisements culturels: les campaniles des églises dalmates sont une copie en miniature du campanile vénitien de Saint-Marc (c'est le célèbre romaniste berlinois Trabant qui me l'a fait remarquer); la star du basket américain Kobe Bryant, Noir et fils d'un basketteur qui jouait en Italie, parle un italien parfait et il est vu aux États-Unis comme un personnage qui présente aussi les traits italiques typiques; le même René Girard, Français qui enseigne à Stanford en Californie et que j'ai interviewé à Lugano pour un quotidien tessinois à l'occasion d'un congrès, m'a dit: oh, eccomi finalmente nel paese dove il dolce sì risuona – nous étions au Tessin, en Suisse. Bref, l'italicité ne représente pas un pays, son système économique ou son histoire, mais réunit ceux qui s'identifient dans un patrimoine culturel (que pour ma part je qualifierais d'humaniste) en mesure d'accepter l'autre et d'éprouver solidarité et compassion pour celui qui est différent de soi. Les traits les plus immédiats de l'italicité, cette sympathie et cette joie de vivre que certains nordiques – mais pas Goethe – pourront trouver parfois un peu envahissantes, rapprochent aussi les gens du monde entier des produits fabriqués par les Italiques (comprenons-nous bien: les Italiques de Rome, mais aussi ceux de Toronto ou de Sydney). Je suis convaincu que le succès de la mode d'origine italienne ou de la cuisine “italienne” (plein de gens, à travers le monde, ouvrent des restaurants “italiens” qui n'ont d'italien que le nom) a précisément à voir avec cette joie de vivre et ce partage intrinsèque des valeurs de la vie – désir de paix, tolérance, goût des belles choses. Ça a peut-être l'air d'un cliché, mais beaucoup d'Italiques – par penchant ou par aspiration – font vraiment les choses “avec amour”.

Tabù (Edizioni dell'Istituto Italiano di Cultura di Napoli), votre dernier livre, est un court roman paru en avril de cette année. L'intrigue tourne autour d'Ascanio Rimaboschi, jeune journaliste italien qui est né et a grandi en Suisse, ex-chargé de cours à l'Université de Zurich et globe-trotter, qui déchaîne de “grandes polémiques” par la publication d'un “feuilleton” sur Martin Heidegger. Épisode qui le catapulte en Italie, l'Italie désirée et rêvée, à la cour du vieux politicien Carlo Corelli, pour la réalisation d'un “projet global”: réunir les Italiques du monde entier, “qui, comme vous, ont l'Italie au cœur”. Jusqu'à quel point Ascanio Rimaboschi correspond-il à Sergej Roic? Serait-ce votre attachement au discours sur l'italicité qui vous a inspiré ce roman?

Tabù est un roman de fiction, mais qui prend appui sur la réalité. Chaque jour, un nombre plus grand de personnes dans le monde se reconnaissent dans le nom et les valeurs italiques. De quelle manière ce “projet global” d'une communauté de sentiment supranationale se concrétisera, il ne nous est pas encore donné de le savoir. Dans mon roman, j'ai tenté de tracer une voie et le personnage d'Ascanio Rimboschi, qui par certains côtés me ressemble, est par d'autres une fiction qui, je l'espère, donne de l'élan à l'histoire. Le titre, Tabù, n'a pas été choisi par hasard: en effet, les thèmes et les personnages qui vont plus loin qu'un discours national ou nationaliste sont rares pour ne pas dire inexistants. Carlo Corelli, le grand vieillard, veille sur la compréhension et la réussite de l'idée italique. Est-ce lui qui aura raison à la fin?

Pourtant, pour en rester à la fiction de votre roman, Ascanio Rimaboschi s'immerge aussi dans l'idéal italique pour s'opposer à la réalité qui l'a vu naître et grandir, le “pays des routes droites, des bonnes écoles, des églises où jamais personne n'irait confesser quoi que ce soit”: la Suisse. Cette Suisse qui, dit-il, “est par certains aspects plus germanique encore que l'Allemagne”: trait significatif, vu que “les Italiques devaient laisser derrière eux le poids de l'histoire européenne, les massacres, la prétendue supériorité de telle ou telle race, bref, l'arrogance germanique, et planer sur les ailes de l'art, la paix, la qualité de vie, embrassant avec conviction la tolérante et mélodieuse existence italique”. Tout cela pour dire qu'il nous semble que, parallèlement à ce que vous avez appelé “communauté de sentiment supranationale”, des voix – peut-être involontaires, peut-être hors de contrôle – soulignent une certaine supériorité intrinsèque de la valeur italique, comme si elle était plus juste ou plus vraie que d'autres. En même temps, ce Carlo Corelli (dont la carrière politique “avait débouché sur quelque chose de plus qu'un rôle institutionnel: c'était un leader, en Italie du Nord”), à New York pour un cycle de conférences tandis que les États-Unis sont débordés par les conséquences de leurs aventures militaires en Arabie, dit quelque chose qui, en un sens, se teinte de tons populistes: “Corelli connaissait l'histoire romaine et la tenait pour véritable et complète magistra vitae. Les Américains, dont la ville s'étendait à ses pieds, n'avaient rien appris. Ils ne savaient pas. Ne pouvaient pas. Ils ne résoudraient rien. [...] Eux, les Américains, avaient besoin d'un Galba pacifique et capable, se dit-il après s'être réveillé, inquiet, en pleine nuit. Ils ont besoin d'un général de la paix. D'une idée de paix”. Comment répondez-vous à notre perplexité?

J'espère que le lecteur de Tabù ou celui qui s'approchera de l'italicité ne tombera pas dans le vieux piège de prendre une idée qui se veut positive, comme l'est sans consteste celle de l'italicité, pour une tentative de démontrer la supériorité d'un peuple ou d'une idée par rapport à d'autres peuples ou idées. L'italicité est une communauté de sentiment, une manière et peut-être aussi une méthode pour s'ouvrir à la vie et à ses valeurs les plus humaines: la beauté, le bon goût, l'art de vivre, l'art, la paix. La note un peu polémique que l'on peut trouver dans le roman, je l'ai tirée d'un article de la NZZ d'il y a quelques années, quand un correspondant de la gazette zurichoise a rendu compte d'une conférence tenue en ville sur l'Humanisme latin. Son commentaire était arrogant: voilà que maintenant même les Latins veulent nous apprendre comment vivre. L'italicité, dirais-je, suggère qu'il y a une manière de vivre et de nouer des contacts qui est plus directe et meilleure par rapport au culte de l'efficience à la limite de l'aridité que l'on rencontre dans les citadelles du pouvoir financier helvétique ou dans quelques-unes des pires némésis du mode de pensée germanique. Pour ce qui est du général romain Galba, il s'agit d'une boutade. Galba, dans les chroniques de Tacite, est dépeint comme celui que tous tenaient pour le mieux apte à gouverner, s'il n'avait pas déjà gouverné pour de bon. D'où le Galba “pacifique et capable”, tout le contraire du Galba historique, vaincu et incapable d'unifier Rome.

Propos recueillis par Francesco Biamonte et Yari Bernasconi
Traduit de l'italien par Christian Viredaz