Nomi cose città fiori

Maria Rosaria Valentini

Questo libro non è un'autobiografia e neppure una storia, ma un susseguirsi di immagini e di ricordi. Contiene una vita, ma non il suo racconto. Poiché il ricordo è prezioso di per sé e, come scriveva Bunel, «si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita».

Prefazione di Franco Zambelloni

Incontro con Maria Rosaria Valentini

von Elena Spoerl

Publiziert am 31/12/2003

Maria Rosaria Valentini (1963) - nata in Italia, laureata in germanistica a Roma, dottorato a Berna - vive in Ticino da molti anni. E' ancora poco nota, malgrado sia arrivata quest'anno con Nomi Cose Città Fiori al suo quarto libro. Forse perché le sue pubblicazioni sono di genere diverso. La prima, Un'altra favola da raccontare, pubblicata dieci anni fa, è un libro illustrato di fiabe. Il secondo libro, Sequenza, esce nel 2000 ed è un grosso quaderno dedicato a una donna che nel Mozambico, a causa delle alluvioni, ha dovuto partorire su un albero: brevi testi accompagnano dei carboncini di Angela Lyn e il tema comune alle due autrici è la vita del corpo femminile. Da Ogni parto è un caso a sé, leggiamo: La levatrice, alla mia destra, suggeriva di spingere con rabbia, forse perché sovente, proprio nella rabbia, si concentrano gli ultimi brandelli di vigore e di tenacia che ci rimangono. Un fiotto caldo mi ha invaso le gambe, acqua e sangue mescolati insieme. […] Poi mio figlio è schizzato fuori, come un proiettile.

E' del 2002 Sassi muschiati, una raccolta di poesie, anch'essa illustrata dall'amica anglo-cinese, edito dall'Ulivo e segnalato quale libro dell'anno 2003 dalla Fondazione Schiller.
Valentini sa esprimersi quindi anche in versi:

Casa I

In una nicchia
angusta
se ne sta
Santa Lucia:
gli occhi
in un piatto
e nudi i piedi.

Il portone
di legno massiccio
non ode
suoni
mentre raggela
il lucido ottone
dei suoi battenti.
Lungo gli stipiti
radicano
foglie scolpite nel marmo.

Geme il vento.
La pioggia si getta
dove vuole.
La nebbia cancella
il mondo.

Solo
ulula
un cane rabbioso.

Comincia così, Sassi muschiati. Il tema della Casa viene ripetuto nelle sue varianti stagionali per quattro pagine, in quattro versioni. Ci spiega Valentini: «Ho voluto indagare più volte lo stesso soggetto. Anche Monet ha dipinto spesso una certa cattedrale, e Casa è la mia cattedrale. Santa Lucia era posta in un'edicola all'entrata della mia casa natale. Nel sud Italia quasi tutte le case hanno l'immagine della madonna o di una santa sulla facciata, per proteggere chi vi abita. In paese non succedeva nulla, c'era solo il passaggio delle stagioni. E proprio questo ho voluto ricostruire: quel che vedeva Santa Lucia, con gli occhi in mano (su un piatto) lì davanti al portone. Santa Lucia è protettrice della vista, la percezione più importante, sia realmente che nel senso figurato di ‚vedere'».

Com'è giunta Valentini alla poesia? «Scrivevo versi fin dall'infanzia. Le poesie di questa raccolta sono nate tutte in una decina di giorni, durante le vacanze di Natale 2001. Mi sono chiusa in camera e ne uscivo solo quando la poesia era finita. Mi piacevano le immagini che rievocavo: fiori, frutti, colori, un vivaio dell'anima insomma. E poi ci sono stati i disegni di Angela Lyn che accompagnano i versi: rappresentano una lunga riga, quella riga che si crea tra le labbra quando parliamo». E' l'oralità, il filo del discorso, l'eloquio che si fa immagine. «La fruizione della letteratua soffre oggi della mancanza di tempo, perché la lettura richiede che ci si dedichi a lei. Si può capitare per caso davanti ad un'immagine e non intenzionalmente ascoltare musica, per leggere invece bisogna fermarsi». Ma come interagisce la scrittura della Valentini con le altre discipline? «Cerco volutamente il contatto perchè non si può vivere a compartimenti stagni. La cosa più bella quando si coltiva un'arte è quella di condividerla con qualcuno, perchè da lì sicuramente crescono altre idee. L'arte, contrariamente a quello che si vive oggi nel mondo del lavoro, non è competizione. Significativo è invece l'interesse che si porta per chi ci lavora accanto. Scrivendo, poi, già si è soli, quindi il bisogno di trovarsi un «collega» è più forte per noi scrittori, che sia un collega nella stessa disciplina o in un'altra. Si rimescolano le opinioni, si viaggia, si ha l'impressione di fare qualcosa che può avere significato anche per altri. E solo accettando la sfida della pubblicazione avrai la possibilità di ricevere quelle critiche, positive o negative, che ti fanno proseguire».

Arriviamo così a Nomi Cose Città Fiori, edito da Dadò. Valentini commenta questi racconti definendoli «…uno zibaldone, un insieme di frammenti, un comò con molti cassetti senza che necessariamente i loro contenuti siano coerenti. Ma la memoria funziona proprio così, a spezzoni. E nella banalità delle cose di tutti i giorni si nascondono i semi della storia personale di ognuno». Non è un'autobiografia ma un libro dei ricordi, scrive Franco Zambelloni nella prefazione, per sostenere poi, con Bunuel, che «noi stiamo nei ricordi, non loro in noi».
Leggiamo dalla raccolta il racconto più breve, Giovanni.

Eravamo andati al cinema e ce ne tornavamo a casa lentamente. Mentre guidava Giovanni guardava al centro della strada, flebilmente illuminata da certi lampioni bassi. La pioggia cadeva sottile e fitta.
Eravamo seduti l'uno accanto all'altra senza dirci neanche una parola.
Stavamo bene così.
Nel silenzio io filtravo la densità e la serenità di quel momento.
Certo, spesso, i percorsi individuali cancellano i legami.
Eppure ci sono minuscoli semi di vita comune che non si perdono mai.

Come scrive Valentini? «La mia poesia è contratta. In prosa invece scelgo volutamente una sintassi semplice. Il linguaggio dev'essere scorrevole, ma il lessico preciso; è necessario sfruttare bene il ventaglio di variazioni possibili, perchè la lingua si va impoverendo».

E i premi? Oltre al libro dell'anno della Fondazione Schiller per le poesie, per i suoi racconti Valentini ha ricevuto la menzione speciale al premio europeo di narrativa. «I premi sono un incoraggiamento, una conferma che ti toglie per un istante dai dubbi martellanti se quello che stai facendo va bene o meno. Importante, al di là del premio stesso, è il riconoscimento del proprio lavoro.»