Rezension

von Yari Bernasconi

Publiziert am 08/04/2008

Il talento di Anna Felder, che di per sé sarebbe già indiscutibile, si conferma una volta di più col romanzo breve Le Adelaidi, pubblicato nel 2007 da Sottoscala. Colpisce ancora il coraggio di una scrittura protesa verso un'inesausta sperimentazione linguistico-narrativa, ai confini del simbolismo e dell'ermetismo; affascina la difficoltà di un dettato denso e irto di passaggi oscuri; stupisce, infine, la lucidità che lungo le 63 pagine del libro costruisce un oggetto letterario equilibrato e coerente.

Il percorso del romanzo si sviluppa attraverso l'opposizione di un uomo, Ottone, con diverse figure femminili, le Adelaidi. Un'opposizione sempre in primo piano e legata in particolare al simbolo della croce: come si dice nelle prime pagine, infatti, «trovandosi in piedi, l'uomo Ottone veniva a ricordare il tronco verticale della croce; l'Adelaide distesa poteva raffigurare l'asse traversa». E la croce è immediatamente un anello di congiunzione: tra generazioni e cicli vitali («così si appartenevano per mesi e stagioni, si moltiplicavano nelle croci di case e parenti, figli di figli»), tra gli spazi («croci di luoghi pubblici e privati come quelle del Campo Santo») e tra i livelli narrativi (croci «che portavano nello scollo le signore di turno chiamate in casa, io compresa: Schwestern si dicevano anche se suore non erano; non eravamo»).

Meno evidente e immediato è il concetto di “Adelaide” (in tedesco è il nome Adelheid, dove spicca Adel, “nobiltà”), soprattutto perché si nutre della sua stessa, intrinseca ambiguità: da una parte il punto di vista di Ottone, la sovrapposizione di diverse Adelaidi («senza volerlo sovrapponeva Adelaidi su Adelaidi così da trovarsene davanti sempre una sola. La giusta»); dall'altra la posizione delle figure femminili-Schwestern (io narrante inclusa), continuamente tendente all'Adelaide unica («Margherite o Pie che si chiamassero, Lea io mi chiamavo, e Cristina e Assunta su su fino alle Schwestern abbronzate Lea compresa, con la nostra brava croce al collo, chiamate a turno Schwester Tina, Schwester Betty in sandali bianchi, a tener vivo in casa Ottone, in nome dell'Adelaide, un amore mai finito»). Non c'è nulla di erotico, beninteso, nel rapporto tra l'uomo e le Adelaidi: basti pensare che l'io narrante insiste sull'uomo di cui è innamorata («Giancarlo mon amour»), o che più di una volta compare Giulia, la nipotina di Ottone, che è quindi nonno. Anche l'uomo Ottone, del resto, sembra essere la rappresentazione di qualcosa di più complesso: «stava curvo per la gran croce che sentiva addosso, pesante delle storie, delle miserie di ognuno».

Solo due oggetti riescono ad avvicinare delle risposte. Il primo è la bilancia: «“Pesa? Pensa,” precisa Ottone»; o, con più evidenza, nell'ultimo passaggio del libro: «una volta di più si capì come la domanda, anche quella di vivere, suonasse per lui risposta, inutile discutere. Ne faceva prova per virtù innata la bilancia in imperterrito equilibrio lì a portata di mano: guardate la bilancia». Il secondo è la poesia di Federico Hindermann (a cui è dedicato l'intero libro), che funge da capitolo “0”, posizionata tra il dodicesimo e il tredicesimo capitolo: «“Tenga,” mi disse [Ottone] mettendomi in mano il capitolo zero, “se ne serva”»: come un toccasana, un elisir di lunga vita.

È probabilmente quello che mi sentirei di dire di questo affascinante esperimento a tutto campo, Le Adelaidi: tenete, servitevene! Perché invita, spinge alla riflessione, ma soprattutto ha la capacità di trasformarsi repentinamente e sorprendere a ogni livello.

Presseschau (Auswahl)

«Sono in tutto una sessantina di pagine nelle quali vengono disseminati indizi, richiami, riprese, memorie, in un sovrapporsi costante e serrato» (Roberta Deambrosi«Giornale del Popolo», 06.10.2007).