L’attimo dopo

Massimo Gezzi

L'attimo dopo comincia e finisce con un rintocco. Nel mezzo, ho cercato di affidare a questi versi il significato del passaggio: del tempo, innanzi tutto, ma anche, concretamente, dei luoghi (immobili) e dei volti (mobili e transitori) che lo popolano. Questo punto di vista, mi pare, giustifica la scelta stilistica e di poetica della lirica (o di una poesia lirico-narrativa, come quella di alcuni grandi poeti americani): chi parla, spero, non è un io autosufficiente e arroccato su se stesso, ma una persona connessa con altre persone, con le quali condivide la ricerca e la condizione di provvisorietà. Una delle poche cose che la poesia sa fare, d'altronde, è mettere in comune un'esperienza, proprio mentre sembra isolarsi nell'autoreferenzialità. Dire con precisione le poche verità che si sono intraviste attraverso la propria esperienza, distruggendo ogni illusione consolatoria e sperando nella risposta di un lettore: è in questo rapporto che la poesia esiste, agisce e si salva.

Massimo Gezzi

Passeggeri in piena coscienza

von Roberta Deambrosi

Publiziert am 21/09/2010

L'attimo dopo è il secondo libro di poesie di Massimo Gezzi, marchigiano, studioso di letteratura italiana, traduttore dall'inglese, vive attualmente tra Berna e Sant'Elpidio a Mare, Marche. Questa sua nuova raccolta è accompagnata, sulla pagina del sito web della casa editrice Luca Sossella, da un breve ma importante paragrafo di presentazione dello stesso Gezzi, dove, oltre parlare brevemente del suo scrivere, si rivolge ai lettori chiedendo loro di ritrovare quel ruolo, troppo spesso evitato o snobbato, di interlocutori. È così che si vorrebbe leggere L'attimo dopo, come richiamo forte ma non urlato, anzi a tratti persino trattenuto, ma forse anche per questo esso risuona nella poesia e non può essere ignorato.

Le cinque sezioni raccolgono racconti di erranze, costellati di fragili e al contempo concrete costruzioni con cui gli umani cercano di scongiurare il loro infinito esilio: case, stanze, muri, mattoni. Mattoni che sono anche parole, racconti, come quello delle “generazioni che hanno fatto Grottammare”, a volte di luoghi, vicende, volti non sicuri eppure apparentemente più solidi, più inamovibili che non l'idea stessa delle cose: «Le cose restarono tutte quel che erano / l'attimo precedente: la luce fu luce, / gli autobus autobus / gli aceri gli stessi, con qualche foglia in più» (Tuesday Wonderland, p. 72-73).

Quella di Gezzi è poesia che interroga la materia: per il nostro bisogno di ancorarla a noi, o noi di ancorarci a lei, viene stabilizzata, fissata in immagini apparentemente immobili, quasi in bianco e nero per metterne a nudo le luci e le ombre, dense di senso e di vita. Tra i materiali che insieme e attraverso le parole “fanno” L'attimo dopo, c'è il vento, «costante come un vizio» (La meraviglia, p. 70), torna regolarmente nei componimenti che compongono la raccolta, così come il sangue presente sin dalla prima poesia della prima sezione, due elementi che costituiscono ognuno a suo modo un flusso. Esso è accompagnato dal ritmo, a volte dato dal suono della parola, ma anche dai rintocchi di campane, di ore scandite, ripreso dal motivo del tempo musicale diviso in quarti – d'ora (p. 63) e tempo di musica, (p.19, p. 86) –. Il battito che sostiene il flusso degli eventi sembra essere la manifestazione sonora di un richiamo alla consuetudine, alle azioni quotidiane, quasi obbligate, reiterate, su cui poi sono possibili le infinite variazioni: «questo ripetono / i colpi di campane: che il tempo / sono occhi e mani che si stringono, / voci di lontano che dicono / un saluto, il duplice flusso / del sangue nel corpo...», ([Perché nel sottinteso], p. 11).

Ci sono poi i segni che testimoniano un pezzo di esistenza, l'essere passato, il loro essere minimo però rinforza appunto il sentimento di precarietà. Non solo manifestazioni imponenti, come albe, tempeste, panorami, ma anche solo un gesto, un resto – il filo di bava di un animale (Reperti, p. 12), il segno di un palmo della mano sul vetro (I ricordi della prima neve, p. 40) –. Doghe del letto, chiodi, capelli, cancelli, porte e muri, stanze e mobili, ciò di cui l'uomo si circonda per creare uno spazio proprio, eretto a difesa dalla solitudine, dall'esilio. Fino alle cianfrusaglie in Loro (p. 59), ai dettagli, alla riduzione del segno a poca cosa, ad un barlume minimo: la luce del tasto random (p. 38), il puntino rosso fuoco del laser (p. 43) il led (p. 61), la spia dello stand by (p. 64), gli sms (p. 91).

«Gli uomini onesti / non dicono io vado: cantano pianissimo / se una strada li porta, se una curva spalanca / un mare abbagliante». Così Massimo Gezzi chiude il breve componimento Direzioni. Sono versi in cui si ritrova la semplicità con la quale l'intero libro ci viene porto: la semplicità che accompagna la piena coscienza della propria fallibilità nel capire, sapere. Essa è fatta di piani-sequenza ravvicinati, che non lasciano molto spazio a illusioni o visioni salvifiche, tranne che a volte per pochi secondi, e non sono mai al riparo da interrogazioni e ritrattazioni: «sono io la loro unica / speranza, mi chiedo, di durare, / io che stamattina scendendo le scale / per sbaglio di là dai vetri ho incrociato / quella cima e ho risentito quel profumo, / o sono loro che chiamano e ripetono / anche a me la prima resistenza da imparare, / la meraviglia, perché ognuno non senta / solo buio scorrere nelle vene?» (La meraviglia, p. 70-71). Ci viene detto subito, in limine alla raccolta: una scossa, e i muri già crollano. Ma la voce narrante e poetante resiste e viene, sperando appunto «nella risposta di un lettore».

Sono testi in cui non risuona un appello accorato, ma nemmeno una constatazione soddisfatta e inscalfibile. La scrittura di Gezzi, sobria, solida, è una presenza forte che muove non solo «acqua e sangue» «che interrompono la loro / stagnazione per turbare il tuo riposo», ma che scuote le coscienze, alza dubbi; L'attimo dopo rivolge a noi interlocutori un'ingiunzione a non fuggire, a rimanere per «non perdere di vista nulla», a non smettere di provare a delineare abbozzi di risposte provvisorie, possibili, memori della preziosa «intuizione / di un bene nascosto al di là / di tutti i muri e che solo rinunciando / a tutti i muri brillerà / (come la tavola del mare corrugata / dalla brezza scintillava di origine ai primi raggi dell'alba)». Un rimedio omeopatico che ci tiene vivi nel nostro essere o mantenerci sradicati.

Presseschau (Auswahl)

«Sono versi scanditi nel grigio, consapevoli eredi della lezione sereniana e in dialogo costante coi maggiori della penultima generazione (qui specialmente Fabio Pusterla), ma non sono affatto versi ipotecati o detti per procura. Infatti non li guida la ricerca velleitaria del nuovo ma li autentica, semmai, un carattere di stretta e talora bruciante necessità» (Massimo Raffaeli«Alias», n. 21-22, maggio 2010).

«Questo di Gezzi è un libro di poesia che chiede di essere letto e riletto perché, ad ogni lettura, ci rivela una situazione inattesa, una sorpresa conoscitiva, uno scarto imprevisto dalla percezione abitudinaria del reale. Un libro denso ed enigmatico, che più lo si legge più diventa cifrato e misterioso, a dispetto della enunciazione netta e calibrata del dettato poetico» (Linnio Accoroni, lapoesiaelospirito.wordpress.com, 24.06.2010).

«E forse questa appunto è una delle novità più significative su cui L'attimo dopo induce a riflettere: l'autore, proprio come il soggetto emotivo che assume la responsabilità delle parole di questo libro, non è affatto un ingenuo, non si fa nessuna illusione sulla miseria del presente, sulla sua crudeltà, sul suo cinismo; conosce perfettamente tutti i limiti della condizione umana, e non intende nascondere nulla o affidarsi a qualche messaggio orfico» (Fabio Pusterla«Lo Straniero», n. 119, maggio 2010).