Uno per uno

Tommaso Soldini

Cresciuti nella prospera Svizzera degli anni '80 e '90, i personaggi di questo libro tirano avanti un'esistenza irrisolta, ciascuno sorretto dai propri vizi e dalle proprie ossessioni. Niente sembra accomunarli. Finché un giorno un volantino misterioso non li convince a partire insieme per il Marocco alla ricerca di una felicità alla quale mai avevano osato credere. Ma chi li ha chiamati nella medina di Essaouira, chiusa tra l'oceano e il deserto? In un'attesa che si trasforma presto in tensione tangibile, Glauco, Magdalena, Davide, Maura, Esra, Martino e Simone si confronteranno loro malgrado con l'amore, la bellezza, la speranza e la follia. E tenteranno la vera scommessa: abbandonare il loro limite e afferrare la propria storia. Un romanzo trascinante, che senza fare sconti a nessuno va a toccare i nervi scoperti di tutta una generazione.

(Quarta di copertina)

Rezension

von Fabio Pusterla

Publiziert am 09/10/2013

Tommaso Soldini (1976) giunge al romanzo (perché di romanzo appunto si tratta, e la dizione romanzo appare chiara in copertina, proprio sotto il titolo) dopo un cammino riconoscibile e sperimentale attraverso i generi letterari: la poesia, affidata a due piccole pubblicazioni, e la prosa narrativa, che era già apparsa nel volume di racconti L’animale guida di pochi anni or sono e in altre pubblicazioni sparse. Ma nelle pagine di Uno per uno si avverte subito una novità: quell’urgenza sperimentale non si è affatto esaurita, ma riesce a convivere meglio con le necessità narrative e con la gradevolezza del dettato, come se ora per l’autore non fosse più strettamente necessario mettere in mostra gli scarti rispetto alla norma e spiazzare il suo hypocrite lecteur, e la narrazione potesse così farsi più distesa, più accogliente, affidando il suo tratto perturbante a una più dissimulata e matura profondità testuale.

La struttura generale del romanzo è d’altra parte assai particolare, e certamente assai meditata: divisa in una prima e in una seconda parte (intitolate l’una A casa, l’altra Essaouira), l’opera sgrana una serie di brevi capitoli, ciascuno dei quali dà voce a un personaggio: nove capitoli nella prima parte, dodici nella seconda. La vita di questi personaggi, o meglio il loro male di vivere, la loro maggiore o minore rassegnazione alla sostanziale infelicità, e insieme le loro storie così diverse, ora drammatiche e persino eroiche, ora apparentemente banali e quotidiane, i loro quasi dimenticati desideri, le loro pressoché consolidate debolezze: questo il territorio esplorato nella prima parte, che si svolge in un paesaggio ben noto al lettore, cioè a casa, in Ticino. Ma il Ticino di questi capitoli non ha più nulla di pittoresco, di tradizionalmente riconoscibile, di rassicurante; è solo un luogo (comune) come tanti, una periferia dell’impero come tante altre, e se invece di essere a Porza o a Giubiasco fossimo a Pasadena o a Charleville non cambierebbe in sostanza nulla: la «toppa patrizia in cui ci si risparmia» di una memorabile poesia di Giorgio Orelli si è sviluppata in banlieue dell’anima. Le esistenze scandagliate sono esistenze sonnamboliche e assolutamente comuni, che parlano per brevi emblemi del nostro contemporaneo smarrimento; e l’autore le ausculta e le lascia parlare con un procedimento quasi da psicoterapeuta: non a caso la chiave di lettura più evidente si trova nelle parole di Glauco, il giovane psicotico che è forse il più importante dei personaggi, e che appare nelle posizioni più marcate del romanzo, cioè all’inizio e alla fine. Così Glauco, parlando appunto delle sue esperienze con gli psicologi, osserva: «Chi di loro ascolta davvero, rimuove i propri problemi per consacrarsi all’altro. È come un traduttore letterario, un prete, un agente segreto, un giornalista. È bravo quando non esiste, quando è mezzo e non fine, quando pratica un annullamento positivo» (p.27).

Ma se l’«annullamento positivo» fa emergere il vissuto dei personaggi in cui avvertiamo una parte di noi, un elemento imprevisto è destinato a sconvolgere il quadro, e a ribaltare la prima nella seconda parte, il qui della Svizzera italiana nell’altrove inquieto di uno sfuggente Marocco. Nel corso del romanzo, infatti, ognuno dei personaggi entra in contatto, per vie un po’ strane e ogni volta particolari, con la riflessione e la proposta di Orfeo Bandini, direttore delle misteriose SMS, Storie di Migrazioni e Scommesse. Chi è Orfeo Bandini? Un ciarlatano che attira con vane promesse di rinnovamento esistenziale i gonzi e i depressi? Un moderno guru che crede davvero a ciò che la sua esperienza di vita gli ha mostrato e che prova a condividere con gli altri la sua saggezza? Tra tanti dubbi, una cosa è certa: Orfeo Bandini è un abile trucco narrativo, che Tommaso Soldini mette in campo sin dall’inizio del romanzo (l’opera si apre infatti, prima di dare la voce a Glauco, con un improbabile Capitolo 2, scritto in corsivo; e più avanti proporrà, ma in quinta posizione, un Capitolo 4: entrambi stralci del mirabolante opuscolo di Bandini), e che ha un compito preciso: ridando una vaga speranza ai personaggi, Bandini li costringe a iniziare un percorso di ricerca, a uscire per qualche tempo dalla routine rassegnata e a spostarsi appunto in Marocco, sulle tracce di qualcosa. Sapranno i personaggi, in questa realtà rovesciata e improvvisamente priva dei consueti punti di riferimento, trovare dentro di sé la forza e il coraggio di essere felici? Sarebbe ingenuo crederlo; alcuni abbandoneranno quasi subito l’impresa; altri, forse più abili o motivati, troveranno tuttavia nell’avventura marocchina qualche elemento di coscienza e di novità, cui le parole conclusive di Glauco, che chiudono davvero il romanzo, tolgono (per fortuna) ogni valenza troppo ottimistica, ogni sospetto di pensiero positivo o di troppo facile pacificazione : «E io? Io vivo ancora con mia madre. Tiro avanti con l’invalidità e con i miei pensieri. Le notti del giovedì fino ad ora hanno funzionato, non ho più scatti d’ira per cui posso evitare le settimane bianche, gli psicofarmaci e il grembiulino aperto sul culo. Anche se per uno come me è già qualcosa, non prendiamoci in giro, la felicità uno se la immagina in un altro modo. Poche balle».

Qualche lettore e qualche critico hanno osservato che in questa struttura bipartita la seconda parte forse non riesce a tenere il passo della prima; e può essere un’osservazione sensata (benché forse si debba leggere la leggera evanescenza delle vicende marocchine anche come una vera scelta d’autore, come una rappresentazione della dispersione e della confusione interiore), come può darsi che la macchina narrativa messa in campo dall’autore (lo stratagemma di Orfeo Bandini, che provoca il rovesciamento) sia parsa ad altri un po’ faticosa (mentre chi scrive qui l’ha piuttosto trovata divertente e ingegnosa). Anche così, tuttavia, il romanzo di Tommaso Soldini è da salutare con grande soddisfazione; ci offre uno spaccato del mondo contemporaneo di notevole efficacia e intensità, una galleria di ritratti umani dolenti e insieme vividi, in cui non possiamo non rispecchiarci; e lo fa con una lingua coraggiosamente antiletteraria, a tratti volutamente ruvida e aspra, china a registrare, senza compiacimenti ma, anche, senza pudori, la voce che sale dal basso dei giorni, degli uffici, delle sale d’attesa in cui vaghiamo «come sonnambuli», quando «perduta ha la sua voce / la sirena del mondo, e il mondo è un grande / deserto». Sono versi di Camillo Sbarbaro, che forse non spiacciono a Tommaso Soldini; ma a cui non è neppure detto che questo giovane scrittore, o i suoi personaggi, siano ancora del tutto rassegnati.

Kurzkritik

Nella Svizzera italiana, il coraggioso esordio romanzesco di Soldini – già autore di poesie e racconti – ha lasciato il segno. Si è discusso parecchio di questo libro per alcuni irritante, dove singole storie di personaggi alla deriva si trovano a condividere un grottesco progetto comune che li porta da un Ticino tutt’altro che rassicurante (nella prima parte) a un Marocco dispersivo ed esoticheggiante (nella seconda). Lo stile concreto, selvatico, senza svolazzi, riflette la condizione dei vari protagonisti. In generale, un romanzo che prende posizione sulla società e la letteratura contemporanee: probabilmente destinato a rimanere controverso, e anche per questo da salutare con entusiasmo.

(Yari Bernasconi, «Viceversa letteratura» n. 8, 2014)

Presseschau (Auswahl)

«L’occhio di Soldini è un occhio prensile, che insegue il reale e lo fa diventare scrittura e pensiero. Sono queste le pagine più alte del libro, dove la scrittura riesce con naturalezza a prendere il proprio ritmo naturale e a farne scaturire un reperto sull’oggi e sul nostro esserci» (Daniele Garbuglia«La Regione», 24.08.2012).

«[...] non è l'ennesima variazione su tema, dell'autobiografia di un trentaqualcosa oggi. È esente quindi da tutti i compiacimenti generazionali che possono far breccia solo su un pubblico di coetanei, oltre che da un eccessivo giovanilismo del linguaggio, che appare invece misurato e "classico". È invece lo sguardo sul mondo di un giovane autore che si interroga sul suo significato e, pur non trovando tutte le risposte, ci invita a confrontarci e a misurarne il nostro grado di sopportazione. [...] C'è forse troppa carne al fuoco, un eccesso di generosità comprensibile in un primo libro, che tuttavia rivela una sorprendente maturità di costruzione, sia per il gioco e l'intreccio delle voci, sia per la cornice che le raccoglie e, a sorpresa, le finalizza a un'esperienza che i loro portatori vivranno in comune» (Mariella Delfanti«Corriere del Ticino», 30.07.2012).

«Soldini fotografa con precisione uno sconcerto esistenziale, i suoi personaggi sono tutti un po’ sconfitti e alla fine il lettore prova per loro una specie di intenerita compassione. Qualcuno, forse, ce la farà. Il canto narrativo a più voci è sempre impegnativo e Soldini è riuscito a far convergere vite diverse con accenti diversi nella parte più felice del romanzo» (Michele Fazioli, circolodeilibri.ch, luglio 2013).

«Tommaso Soldini, nel fare un ritratto di certa gioventù d’oggi, fa largo posto al sociologo. Alla p. 163 fa recitare così una ragazza del gruppo, Magdalena: "Dimenticate di essere determinati da logiche spazio-temporali, il tempo deve smettere di avere senso". Frasi di questo tipo non faranno alzare braccia di giubilo a fans di quiz semi idioti della radiotelevisione (con premi vergognosamente alti). È una frase non tanto lontana da un’opinione scritta quasi trent’anni fa dal poeta e critico Franco Fortini: "oggi esiste tutta un’area della sensibilità artistica, letteraria e poetica che ha rimossa o abolita la dimensione storica e quindi il peso e il valore della citazione, dell’eco, e, persino, vorrei dire, di ogni cosciente diacronia". Il romanzo di Tommaso Soldini si nutre di presente, poco o niente di storia, di passato. Leggetelo, comprese le alcune pagine (volutamente? credo di sì) vuote o quasi vuote. Per far vedere lo squallore, certo squallore, in cui siamo caduti?» (Giovanni Orelli«Azione», 15.07.2013).

«Uno per uno è un oggetto letterario insolito - a tratti molto buono, a tratti invece non compiuto - che ha però il merito di mostrare un percorso, una direzione precisa. [...] Glauco, Maura, Davide, Maddalena, e ancora Martino, Vittorio, Esra, Simone... A riunire le loro voci, constringendole al dialogo e al confronto, un escamotage ben noto alla novellistica medievale: una storia-cornice che le comprenda tutte, e che tutte spieghi. È forse questo il punto più debole dell'intera operazione, un espediente che non riesce a traghettare la misura breve del capitolo nella misura lunga del romanzo, portando in luce la sua natura ibrida, irrisolta, di una torta non cotta a puntino» (Pietro Montorfani, «Giornale del Popolo», 15.06.2013).

«Soldinis Roman stellt den mutigen Versuch dar, die erzählerische Welt nicht aus einem Guss zu formen, sondern ein mehrstimmiges, widersprüchliches Bild zu schaffen, das nicht nur den Seelenzustand der Figuren, sondern die moderne Condition humaine ganz allgemein zur Geltung bringt» (Roman Bucheli«Neue Zürcher Zeitung», 11.05.2013).